di Costanza Pozza
ESTASI A STUDIO ORMA
gio 07.05 2026 – ven 12.06 2026
Foto allestimento di Eleonora Mattozzi @circa.studio (da FB)
Giovedì 7 maggio, in via Francesco Amici 10, alla sponda ovest del Tevere, si è tenuto il vernissage di Rapture, esposizione dell’artista emergente Irene Mathilda Alaimo presso Studio Orma, spazio espositivo indipendente fondato nel 2024 dai giovani Edoardo Innaro e Marco Celentani.
Avevo già assistito ad un’esposizione in studio dell’artista Margaux Compte-Mergier e ne ero rimasta colpita, non solo per l’opera in sé, ma anche dalla volontà dei fondatori di accogliere e valorizzare nuove personalità artistiche, soprattutto giovani. E anche in questo caso di giovani si tratta, Irene classe 2000, romana di Roma, ma nomade per vocazione, segue il proprio percorso di ricerca artistica tra gli studi ad Urbino, la laurea magistrale allo IUAV di Venezia e la residenza artistica, sempre lagunare, presso la Fondazione Bevilacqua La Masa.
Il suo lavoro si concentra sull’analisi del dato e sul recupero di materiale d’archivio che poi manipola, taglia, modifica e incolla.
Nel caso di Rapture si tratta di un’installazione ambientale site-specific, fatta ad hoc per e con Studio Orma. Ma cosa significa Rapture? Il termine può assumere un doppio significato: rapimento estatico, quello della Santa Teresa del Bernini per intenderci, ma anche cattura. L’idea nasce da un particolare interesse da parte dell’artista verso le vicende criptiche avvenute in un piccolo paesino del nord della Spagna, tra il 1961 e il 1965, San Sebastian de Garabandal.

Quattro bambine del posto sostennero di essere state colte ripetutamente da visioni mistiche di San Michele Arcangelo e della Vergine Maria.
Erano gli anni della prima televisione e, in poco tempo, il caso divenne un fenomeno mediatico, perché le bambine vennero riprese e interrogate insistentemente. Edoardo fa infatti notare subito, osservando una delle fotografie in esposizione, la violenza del gesto intrusivo di giornalisti che quasi infilano il microfono in bocca alla ragazza, colta in un momento di estasi, nel tentativo di strapparle una spiegazione. Parlando con l’artista ho avuto modo di capire quanto tempo e impegno abbia richiesto anche solo l’allestimento del progetto. Entrando nello studio si incontrano, ai lati dello spazio, due gigantografie riprodotte tramite fogli A4 scotchati e inchiodati con precisione alle pareti, raffiguranti la stessa bambina colta in un momento estatico. Da un lato compare soltanto il volto in estasi, quasi a “rapire” lo spettatore e trascinarlo dentro il fenomeno estatico; spostando invece lo sguardo a destra si viene scaraventati nella realtà aggressiva dei giornalisti che accerchiano la ragazza. Bisogna ammettere, però, che il vero protagonista dell’esposizione è la parete di lamiera sulla quale vengono proiettati due cut dello stesso filmato, recuperato da vari documentari sulla storia di Garabandal rintracciati dall’artista su youtube. Qui Irene si sbizzarrisce in una sorta di collage visivo, montando frammenti provenienti da più documentari sul caso: scene in cui le ragazze vengono colte in estasi e che coinvolgono pienamente lo spettatore in questa continua oscillazione tra presenza e assenza. Nel video di sinistra l’artista gioca ancora con la manipolazione del dato, riprendendo tramite
handy-cam la riproduzione del primo video. Come nell’ambivalenza delle fotografie, anche qui Irene propone un ulteriore livello di rappresentazione, differente dal primo. Ci separa dall’evento originario, che viene così ripreso doppiamente. Senza contare che il tutto avviene su questa parete discordante, luminosa, riflettente, che non fa altro che enfatizzare ulteriormente la percezione del fenomeno estatico. Nella collaborazione con l’artista, Studio Orma propone anche un’intervista fittizia, costruita a partire dai diari pubblicati dalle ragazze, tra un giornalista e Conchita Gonzales, la giovane
riprodotta nell’esposizione. Emerge la difficoltà della giovane di esprimere a parole un fenomeno così ultraterreno: “È una cosa dentro… Come una gioia che cresce”. Una sensazione che si contrappone però,esattamente come nelle gigantografie di Irene, alla violenza intrusiva dei giornalisti, imperterriti nel voler tradurre in linguaggio qualcosa che non è nemmeno pienamente
palpabile.
Riflettendoci, Rapture comunica una violenza dalle molteplici sfaccettature: dalla cattura estatica alla pressione mediatica dell’epoca, fino forse anche a quella esercitata da noi spettatori, che scrutiamo ciò che la stessa artista, in modo intrusivo, ha recuperato, manipolato e restituito al pubblico. L’opera non mira a dare una spiegazione dei fatti accaduti, piuttosto ci investe, forse anche violentemente, di immagini giganti, rumorose, abbaglianti ed estatiche.












