- a cura Amici del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
9 marzo 2025 ore 20.00
Norma
Tragedia lirica in due atti di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini
Edizione Edwin F. Kalmus & Co., Inc BocaRaton, Florida
Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Musica di Vincenzo Bellini
Maestro concertatore e direttore Michele Spotti
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Regia Andrea De Rosa
Scene Daniele Spanò
Costumi Gianluca Sbicca
Luci Pasquale Mari
Movimenti coreografici Gloria Dorliguzzo
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Norma Jessica Pratt
Adalgisa Maria Laura Iacobellis
Pollione Mert Süngü
Oroveso Riccardo Zanellato
Clotilde Elizaveta Shuvalova
Flavio Yaozhou Hou
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
foto © Michele Monasta Maggio Musicale Fiorentino
Sono passati 47 anni dall’ultima volta che il capolavoro belliniano ha calcato le scene fiorentine (nell’allora Teatro Comunale): un’assenza inspiegabile per un titolo che, nei 50 anni precedenti il 1978, era apparso nel capoluogo toscano in ben 9 produzioni (la media di quasi due ogni decennio). Certo, il fil rouge di quelle recite era la presenza di una Primadonna con la P maiuscola nel ruolo della protagonista – con nomi cha andavano dalla Muzio, alla Callas, fino alla Scotto nell’ultima riproposta con la regia di Luca Ronconi e sotto la direzione di Riccardo Muti – e, sicuramente, la difficoltà nel reperire un nome che potesse reggere degnamente il confronto con i precedenti è stato uno dei motivi per cui, per quasi mezzo secolo, Norma era sparita dai cartelloni fiorentini.
C’è voluta Jessica Pratt, stella mondiale indiscussa del belcanto e beniamina del pubblico del Maggio, perché la sacerdotessa di Irminsul tornasse a Firenze… ma l’attesa non è stata vana ed è inutile dire quanto il successo che il teatro tutto esaurito le ha riservato fosse praticamente scontato. Pratt, al debutto nel ruolo, ha dimostrato di essere l’interprete perfetta della volontà belliniana, presentando una Norma lontana dalla belligerante e stentorea tradizione: la sua è una Norma “lunare”, parente di Amina, Giulietta ed Elvira; introspettiva e riflessiva, quanto magnetica e romantica (nel senso ottocentesco del termine). La sua idea del personaggio è chiarissima fin dal recitativo di sortita, quasi affrettato, come se i doveri sacerdotali dovessero lasciare spazio ai sentimenti puri dell’amore di donna e di madre. Con ‘Casta diva’, proposta nella tonalità originale di sol maggiore, tocca i vertici del belcanto e la seconda strofa, eseguita in un etereo pianissimo, fa dimenticare il piccolo vuoto di memoria causato dall’emozione nella prima parte. Finalmente, nella cabaletta riconosciamo la regina delle agilità e dei sovracuti, sfoderati con luminosità e sicurezza, e che inserirà con gusto e precisione anche a chiusura del finale I e del duetto col tenore. Con l’avanzare dell’opera, la Pratt dà prova anche della sua maturazione vocale: i centri sono più robusti e le note di petto non sono mai forzate, mentre i momenti più esplosivi vengono risolti con intelligenza senso drammaturgico. Dal punto di vista recitativo, encomiabili sono il monologo introduttivo del II atto e il finale ultimo, in cui la maternità viene confidata a parte al solo Oroveso con un misto di vergogna e doloroso rimpianto.
Come nel ’78 (e come in origine), il ruolo della “seconda donna” è stato affidato a un soprano e, nella fattispecie, a Maria Laura Iacobellis, già ascoltata a Firenze in questa stagione come Clorinda ne La Cenerentola (con tanto di aria) e come Lisette ne La rondine a Pisa nel 2023: ruoli che sembrano lontani da quello di Adalgisa, ma che invece ne sincerano la natura lirica/d’agilità dell’interpretazione. La voce della Iacobellis, più dal timbro più scuro e convenzionale rispetto alla Pratt, è ampia, rotonda e ben sostenuta – con un’ottima resa lirica sia nel grande duetto col tenore che nei due momenti con la protagonista – ciononostante, non accusa i momenti più squisitamente belcantistici, trovando un’ottima intesa con la “rivale” (davvero molto buono il duetto del II atto). Anche lei al debutto nel ruolo, dimostra un’ottima preparazione e una discreta sicurezza, che le vengono premiate da un notevole successo di pubblico, ma pecca un poco sul lato prettamente interpretativo dello scavo psicologico, forse anche a causa di un mancato o poco chiaro sostegno registico. Grande prova anche quella di Riccardo Zanellato, non nuovo né al pubblico fiorentino né al ruolo di Oroveso. L’artista veneto dimostra essere una delle migliori voci di basso in circolazione: calda, sonora e possente, perfetta per incarnare il sanguinario capo dei druidi e il dolce padre incline al perdono.

Corretti gli interventi di Elizaveta Shuvalova e Yaozhou Hou, rispettivamente Clotilde e Flavio. Note meno positive per il Pollione di Mert Süngü, che riscuote applausi di circostanza e diverse contestazioni sia alla fine della sua scena che a conclusione dell’opera. Sia chiaro, nella visione di una Norma di gusto belcantista, la scelta di un interprete dedito a ruoli per lo più donizettiani e rossiniani sembrava sulla carta più che azzeccata, il problema è che la prova del tenore turco è risultata assai deludente e al limite della sufficienza: al timbro, già non particolarmente bello, si sono aggiunte una quasi costante incertezza sull’intonazione e una tangibile difficoltà a tenere le note (non felice l’idea di rallentare la ripresa della cabaletta).
Anche nel suo caso si notava l’assenza di un chiaro scavo psicologico del personaggio e di una guida alla recitazione e al modo di stare in scena (l’immagine era quella di un Nemorino in divisa e non certo di un proconsole romano). Decisamente valida la bacchetta di Michele Spotti, giovanissimo direttore (poco più che trentenne) che ha già raggiunto altissimi livelli artistici. La sua idea di fondo è quella di ripulire la partitura dagli eccessi tardo-romantici e veristi, per riportarla alla sua “solita forma” e in quell’ambiente “lunare” al quale anche la Pratt aspira. Ecco quindi che i volumi sono contenuti, i tagli riaperti e le variazioni eseguite con attenzione e sostegno alle voci. Tutto giusto, anche se quest’attenzione al recupero è andata un po’ a discapito della narrazione nella sua organicità, lasciandoci con vari spunti riflessivi per una lettura in divenire. L’orchestra del Maggio risponde bene ai tempi serrati e agli stimoli che vengono dalla buca, non ci sono scollamenti e tutto fila liscio (segno di un’ottima intesa con il palco e con l’orchestra). In crescita anche la prova del coro, diretto da Lorenzo Fratini, che trova il suo massimo dal ‘Guerra, guerra’ al finale II. Esteticamente brutto e con alcuni errori lo spettacolo firmato da Andrea De Rosa, che inaugura il nuovo sistema di ponti mobili (costruito per consentire rapidi cambi scena a vista).

Come da “teatro di regia” di gusto nordico, non ci sono querce né druidi e il tutto è ambientato in un non-luogo e in una non-epoca: le scene di Daniele Spanò disegnano, per l’esterno, uno spazio con una cisterna-pozzo circondato da torrette di guardia e pedane, che poi vengono sostituite da tronchi d’albero nella scena finale (non sarebbe stato meglio il contrario e vedere un’idea di foresta nella prima scena?), mentre, la casa di Norma, è un container interrato, arredato con mobilio di gusto ospedaliero (e purtroppo male illuminato da Pasquale Mari che lascia i cantanti spesso in ombra); i costumi di Gianluca Sbicca si risolvono soliti cappottoni che coprono tute mimetico-militari per i romani e toghe borchiate per i galli (quest’ultime arricchite da due lunghe ciocche di capelli con valenza rituale). Visivamente più interessanti i costumi da cerimonia della protagonista e di Oroveso.


L’idea è quella di un popolo oppresso che medita una rivolta (abbondano mitra e pistole che sparano). Purtroppo tale lettura registica mal si sposa con quella musicale e tutto scorre all’insegna delle pose classiche (salvo nella grande scena di Norma, in cui i figuranti descrivono il cerimoniale immergendo le ciocche nell’acqua della cisterna, secondo le coreografie di Gloria Dorliguzzo). Non manca Norma che assume antidepressivi e che tenta di uccidere i figli con un’iniezione, per poi indicare come “questo ferro” una pistola nel duetto con Pollione. Ben altra cosa sarebbe stato il previsto allestimento di Salisburgo con la regia Moshe Leiser e Patrice Caurier (anche’esso fuori-epoca, ma con un’idea registica e una spettacolarità più centrate). Successo generale, salvo qualche contestazione per il tenore e per il team registico, con vere e proprie ovazioni per Jessica Pratt, che esce anche da sola fuori sipario come una vera Primadonna… e com’è giusto che sia.
*Ringrazio chi da dietro le quinte mi ha inviato questa cronaca dello spettacolo.
(Redazione Artesnews Federica Fanizza)






