di Vittorio Sarti
FONDAZIONE FILARMONICA TRENTO | Stagione dei Concerti 2025
Sala Filarmonica | 30 novembre 2025, ore 20
Alexander Malofeev, pianoforte
J.Sibelius The Trees, op. 75
E. Grieg Holberg Suite, op. 40
E. Rautavaara Sonata n. 2 “The Fire Sermon”, op. 64
L. Janáček V mlhách (In the Mists)
F. Liszt Funérailles, S. 173
A. Scriabin 4 Preludes, op. 22 e Fantasia, op. 28
C’è un particolare silenzio, a Trento, nelle sere invernali in cui la musica promette qualcosa di più della consueta brillantezza. È un silenzio che non anticipa soltanto un concerto, ma una soglia: il momento in cui un interprete così giovane da sembrare ancora in viaggio verso sé stesso mostra invece un’idea già limpida, incisa, del suo mondo sonoro. Il ritorno di Alexander Malofeev alla Sala Filarmonica – a sei anni dal debutto che lo aveva rivelato come una delle voci più singolari della nuova generazione – è stato esattamente questo: un passaggio di consapevolezza, un punto di maturazione, un’immersione in repertori che chiedono immaginazione, rigore e una capacità rara di trasformare la tecnica in visione. Malofeev, ventitré anni e un cammino che dalla vittoria al Čajkovskij 2014 lo ha portato sulle scene più richieste, conferma una caratteristica che lo distingue da quasi tutti i pianisti della sua età: non suona per impressionare, suona per costruire. Ogni pagina del suo programma – che apparentemente attraversa un secolo di linguaggi incompatibili – diventa un tassello di un’unica narrazione: un paesaggio mentale in cui natura, spiritualità, vertigine romantica e ricerca timbrica convivono in un equilibrio sorprendente.
L’apertura dedicata a Sibelius, The Trees, è stata un piccolo prodigio di microclimi sonori. Malofeev non descrive: suggerisce. Il Rowan, il Pine, il Birch, lo Spruce non sono quadretti poetici ma stati dell’animo, brevi stagioni interiori. Il tocco, levigato senza essere mai compiacente, lascia emergere un nord rarefatto, quasi un’aria che filtra tra i rami più che un disegno pianistico. E da subito si percepisce una qualità essenziale della sua poetica: la capacità di far respirare il tempo senza rallentarlo. Con Grieg, il discorso si apre. La Holberg Suite trova in lui non un virtuosismo brillante, ma una filigrana sottile, attentissima al respiro delle frasi. Il Praeludium ha la vivacità luminosa che ci si aspetta, ma senza scatti muscolari; la Sarabande è un gesto sospeso, quasi una meditazione al rallentatore; la Gavotte e la Musette brillano di una leggerezza asciutta, suonata con un sorriso appena accennato; l’Air, semplicemente, canta. E proprio nel canto si rivela la mano del grande pianista: la linea melodica vive, respira, declina senza mai sfiorare la retorica. Il cuore emotivo e intellettuale del programma è la Sonata n. 2 di Rautavaara. Qui Malofeev mostra un coraggio che pochi affrontano con tale naturalezza. Il Fire Sermon è pagina spigolosa, irrequieta, animata da un fuoco che dev’essere controllato, non celebrato. Il suo Molto Allegro è una corsa trattenuta, quasi un moto interiore che spinge senza esplodere. L’Andante Assai, nella sua rarefazione ascetica, diventa un luogo di sospensione: il suono è scolpito, inciso nel silenzio, mai disperdersi. L’Allegro brutale finale, pur nella violenza delle masse accordali, è lucidissimo, lineare, privo di qualsiasi compiacimento. Tutto appare meditato e organico, come se il fuoco evocato dal titolo non distruggesse ma illuminasse.

Con Janáček il mondo si restringe, si fa intimo. In the Mists è un ciclo che chiede pudore, una scrittura che vive di mezzi toni, di frammenti, di frasi che non si confessano mai del tutto. Malofeev vi entra con delicatezza quasi timorosa: l’Andante si sfalda come una memoria, il Molto adagio ha un respiro spezzato che commuove, l’Andantino è un pensiero che si ripiega, il Presto finale è un gesto di fuga più che un virtuosismo. Qui la sua maturità è evidente: sa quando non dire. Liszt, con Funérailles, è un banco di prova che molti trasformano in un manifesto. Malofeev no! La pagina, di per sé grandiosa, trova una lettura intima, scavata. L’inizio è un solco di gravità più che di dolore; la marcia centrale ha dignità, non enfasi; la cavalcata conclusiva è virtuosistica, certo, ma mai sfoggio. È tragica perché è necessaria, non perché lo pretende la tradizione lisztiana. Scriabin chiude la serata come un ritorno a casa: il mondo timbrico di Malofeev sembra nato per la sua armonia mobile, febbrile. I quattro Preludi op. 22 sono miniature densissime, respirate con cura. La Fantasia op. 28, invece, scorre come un’onda continua: il pianista la attraversa senza mai indulgere, lasciando che l’armonia si trasformi da sola, come materia viva. La tensione non scompare, ma si sublima.

Il pubblico, numerosissimo e visibilmente rapito, restituisce un applauso lungo, convinto, non di circostanza tanto da trasformarsi in cinque bis e una standing ovation. Il tributo a un interprete che non sfrutta la giovinezza come alibi né come biglietto da visita: la usa come forza propulsiva per una ricerca che già oggi sembra consapevole e luminosa. La sensazione, uscendo dalla Sala Filarmonica, è che Alexander Malofeev stia vivendo uno dei momenti più fertili della sua crescita. Non una promessa, non un prodigio: un artista vero, che costruisce il proprio linguaggio come si costruisce un paesaggio, un albero, una stagione. Con pazienza. Con precisione. E con quella misura interiore che, in musica, resta il dono più raro.
* Si ringrazia Vittorio Sarti per la disponibilità






