Festival di Bayreuth,  dal 26 luglio al 26 agosto 2026, ore 16
(recensione spettacolo del 24 agosto 2026)
Richard Wagner: Rienzi, l’ultimo dei tribuni.
Grande opera tragica in cinque atti.
RIENZI
der letzte der Tribunen
Grande opera tragica in cinque atti
Libretto di Richard Wagner
Dal romanzo “Rienzi, the Last of the Roman Tribunes” di Edward Bulwer-Lytton
Prima rappresentazione
Dresda, Königliches Hoftheater 20 ottobre 1842
Direttore Nathalie Stutzmann
Regia Alexandra Szemerédy, Magdolna Parditka
Scenografia Alexandra Szemerédy, Magdolna Parditka
Costumi Alexandra Szemerédy, Magdolna Parditka
Luci Bernd Gallasch
Video: Leonard Koch
Drammaturgia Markus Kiesel
Direttore del Coro Thomas Eitler-de Lint
CAST
Cola Rienzi, päpstlicher Notar: Andreas Schager
Irene, seine Schwester: Gabriela Scherer
Steffano Colonna, Haupt der Familie Colonna: Andreas Bauer Kanabas
Adriano, sein Sohn: Jennifer Holloway
Paolo Orsini, Haupt der Familie Orsini: Michael Nagy
Kardinal Raimondo, päpstlicher Legat: Vitalij Kowaljow
Baroncelli: Martin Koch
Cecco del Vecchio: Michael Kupfer-Radecky
Ein Friedensbote: Victoria Randem
Orchester und Chor des Bayreutherfestspiel
Foto  ©  Enrico Nawrath

A 150 anni dall’apertura del Festival di Bayreuth, il Rienzi di Richard Wagner è stato eseguito per la prima volta alla Festspielhaus. Questa é stata la grande novità all’edizione 2026 del Festival wagneriano, anche se non si tratta della prima volta a Bayreuth. 
Nel 2013 il Rienzi era stato allestito in occasione delle celebrazioni wagneriane del bicentenario, relegato al Palasport, in una manifestazione parallela a quella del Festspielhaus, nonostante l’autorevole direzione di Thielemann, rimanendo ancora escluso dalla tradizionale rassegna. Finalmente si è colmata questa  lacuna nella storia del festival. Varie ipotesi circolano su questo “divieto”. Non fu un dettato di Richard Wagner a tenere Rienzi lontana dalla Festspielhaus per 150 anni, bensì la scelta deliberata delle direzioni artistiche della famiglia Wagner fissate nel concentrarsi sul cosiddetto canone wagneriano, incluso L’olandese volante, e la mancanza di una versione definitiva dell’opera autorizzata da Wagner. La partitura originale è considerata perduta. Eppure è una composizione chiave, la terza opera composta tra il 1837 e il 1840, e portata in scena nel 1842, che mette assieme tutti i possibili modelli operistici modello allora in vigore. Si percepisce il grand opéra francese ma anche suggestione del melodramma all’italiana nel’uso delle voci femminili, nelle grandi scene d’assieme e nei concertati finali. Il risultato non è un’anticipazione dei suoi capolavori, ma un’opera di teatro musicale indipendente, fatto di  energia, passione e di una coinvolgente teatralità.Tra l’altro utilizza il registro del mezzosprano en travesti per il ruolo di Adriano Colonna, fidanzato di Irene, sorella di Rienzi. C’è una sorta di karma nelle opere wagneriane, un sottile filo rosso che le legano all’Italia. Del resto il cantore del leggendario nibelungico si è fatto ispirare dal mare in tempesta del golfo de La Spezia per le batture iniziali dell’Oro del Reno, la costa amalfitana e Palermo sono state gli incubatoi del Parsifal con il Duomo di Siena preso a modello del tempio del Graal, per poi concludere la sua vita terrena a Venezia. Per questa sua terza opera si è fatto ispirare da una vicenda tutta italiana, anzi romana, mediata da dallo scrittore inglese Edwars Bulwer-Lytton autore del romanzo Rienzi (1835).

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Al centro della vicenda c’è Cola di Rienzi, notaio, un idealista populista della Roma del XIV secolo priva del potere dei papi esiliati ad Avignone. Sogna una società più giusta, desideroso di  spezzare il potere della nobiltà e unire il popolo. Inizialmente viene celebrato con frenesia, quasi come un salvatore. Ma la fama è effimera. L’entusiasmo si trasforma in diffidenza, la speranza in violenza, e l’eroe popolare celebrato diventa un uomo braccato. Wagner non offre quindi un’arida lezione di storia, bensì un avvincente dramma politico sul potere, il populismo, l’euforia e la rapida caduta di un uomo travolto dai suoi stessi ideali. Forse è questo che spiega l’attualità dell’opera e del suo protagonista  Rienzi . Dietro la facciata opulenta si cela un’opera che pone interrogativi scomodi: sul potere, sulla responsabilità e sulla penetrabilità di una società alla manipolazione. La regia di Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka  ha amplificato il rapporto politico della vicenda medievale trasportando la vicenda nell’attualità di un competizione elettorale, con una chiara attenzione al potere, alla seduzione e al sottile confine tra eroe popolare e dittatore con la degenerazione del consenso tra lotta sociale e patti di famiglia. Complotti e tradimenti incrociati che alla fine porteranno Rienzi ad essere ucciso nella rivolta proprio nel Campidoglio romano (ogni riferimento a fatti e situazioni recenti è puramente casuale). La resa scenica era rapida costruita con video, rapidi flash di immagini in movimento replicate su più monitor, copertura live di quanto succedeva sul palco, e strutture mobili che intendevano costruire un ambiente moderno e alienante, tabelloni elettorali con le percentuali di votazioni rapide e in continua evoluzione, abiti moderni colore dominante il grigio con squarci di rosso, rituali elettorali di massa. Il tutto creando ampie scene di massa dove il coro ha svolto la sua funzione di protagonista. Una regia che ha saputo abilmente  cortuire il gioco delle parti tra le relazioni affettive dei personaggi, gli odi, rimarcando il doppio gioco politico di allora come di oggi.

office@enonava.de; Rienzi; Bayreuther Festspiele 2026

Molta attenzone alla figura di Irene, sorella di Rienzi, assunta al ruolo di consigliere, qui modellata a modello di Lady Macbeth, come la ricostruzione di Rienzi permeata da fantasmi di un passato  che incombe di prepotenza ( figlio morto?). Ma è il coro coro, il popolo di Roma, vero protagonsta della vicenda e qui esaltato e ben definito musicalmente, che si schera con il protagonista per poi abbandonarlo nel suo delirio ossessivo che non gli permette più di percepire gli accadimenti. La regia è riuscita anche a insirsi in momenti di vuoto  come nella scena del balletto del secondo atto dove al posto di una pantomina su tema classico ecco che si allestisce un teato, (teatro nel teatro) dove nei 20 minuti di musica ecco che sfilano, in forma di parodia, tutto il repertorio wagneriano, come lo percepiamo nell’immaginaio collettivo, elmi con corna compresi.
Musicalmente possente. magistralmente diretta da Nathalie Stutzmann al suo primo approccio a Wagner che ha mantenuto sempre un controllo saldo e guidando l’ Orchestra del Festival di Bayreuth con un tocco chiaro e deciso evitando effetti roboanti ma tentando di restituire i riferimenti all’epoca della composizione, quel grand opéra che dominava l’oltralpe musicale e rimarcando quelle tracce non troppo occulte della scrittura melodica italiana. i cantanti hanno contrinuito al pieno successo  di tutte le rappresentazioni. Soprattutto, Andreas Schager ha conquistato il pubblico. Si è calato con energia  nell’imponente ruolo di Rienzi, superando senza sforzo le difficili note acute senza però ridurre il personaggio a mero splendore eroico anzi recuperando l’aspetto tragico e debole. Il soprano Gabriela Scherer ha infuso in Irene una toccante miscela di calore, intimità e acuti d’agilità. Il mezzosoprano Jennifer Holloway ha interpretato il ruolo di Adriano, en travesti con grande intensità emotiva, rendendo palpabile il tormento interiore del personaggio in ogni scena. Andreas Bauer Kanabas, nel ruolo di Steffano Colonna, ha impresso accenti incisivi con il suo sonoro basso, conferendo alle sue interpretazioni un’autorevolezza notevole. Anche gli altri solisti hanno lavorato in perfetta sintonia, ascoltandosi e rispondendo l’uno all’altro, creando un ensemble coeso a partire da numerose e solide performance individuali. E se il ciclo del Ring (100101) costruito con l’intelligenza artificiale riproponendo la storia degli allestimenti a Bayreuth, è stato liquidato con fischi, il Rienzi riscatta una stagione oltre la tradizione.
Certo il festival si evolve come il suo pubblico. Meno stranieri, pochissimi gli orientali, giapponesi, in ordine sparso, sparito il pubblico russo, che lo si riconosceva per la pacchianeria nel vestire. In sostanza pubblico predominante germanico, qualche francese, rari gli anglosassoni; ha dominato la sobrietà nel dress code. Mancavano i richiedenti biglietti con il cartello Suchen Karten, speranzosi di poter in qualche modo di entrare nella sala in qualche atto per la rinuncia di qualche spettatore. C’è chi ha visto il ciclo del Ring dal secondo atto in poi! Alla fine tutto quanto è spettacolo sulla collina in nome di Wagner.

 

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Federica Fanizza
Laureata in Filosofia all'Università di Bologna e curatrice degli archivi comunali di Riva del Garda, ha seguito un corso di specializzazione in critica musicale a Rovereto con Angelo Foletto, Carla Moreni, Carlo Vitali fra i docenti. Ha collaborato con testate specializzate e alla stesura di programmi di sala per il Maggio Musicale Fiorentino (Macbeth, 2013), Festival della Valle d'Itria (Giovanna d'Arco, 2013), Teatro Regio di Parma (I masnadieri, 2013), Teatro alla Scala (Lucia di Lammermoor, 2014; Masnadieri 2019), Teatri Emilia Romagna (Corsaro, 2016) e con servizi sulle riviste Amadeus e Musica. Attualmente collabora con la rivista teatrale Sipario. Svolge attività di docenza ai master estivi del Conservatorio di Trento sez. Riva del Garda per progetti interdisciplinari tra musica e letteratura. Ospite del BOH Baretti opera house di Torino per presentazioni periodiche di opere in video.

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