Verona | Arena di Verona | 30 agosto 2026, ore 21
Fondazione Arena di Verona | Arena Opera Festival 2026
AIDA
Opera in quattro atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Il Re Mariano Buccino
Amneris Clémentine Margaine
Aida Anna Netrebko
Radamès Yusif Eyvazov
Amonasro Ludovic Tézier
Ramfis Gianluca Buratto
Un messaggero Carlo Bosi
Sacerdotessa Francesca Maionchi

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Direttore Francesco Ommassini
Regia e scene Franco Zeffirelli | Costumi Anna Anni
Coreografie Vladimir Vasiliev | Coordinatore del Ballo Gaetano Petrosino
Primi ballerini Tea Bajc, Virna Toppi, Nicola Del Freo
Direttore Allestimenti scenici Michele Olcese
 foto ©Ennevi Verona

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Basta il secondo atto per capire perché Aida continui a trovare nell’Arena di Verona una casa quasi naturale. Nell’allestimento di Franco Zeffirelli il palcoscenico è colmo: soldati, sacerdoti, coro, danzatori, comparse, ori, architetture, colori. Sembra non esserci più un metro libero, eppure non c’è un istante nel quale lo sguardo debba cercare ciò che conta. Il centro dell’azione rimane sempre evidente, anche quando intorno si muove un intero mondo.

Zeffirelli conosce il peso di una massa e, soprattutto, il momento in cui deve muoversi. Gli spostamenti avvengono senza rumore scenico, con una fluidità che finisce quasi per renderli invisibili. Seguono il ritmo della partitura e sembrano respirare insieme al canto. Non si ha mai l’impressione che la musica debba adattarsi alla scena. È la scena, piuttosto, a trovare continuamente il proprio posto nella musica.
Le piramidi dorate, i costumi di Anna Anni, le grandi processioni e la quantità di persone in palcoscenico potrebbero facilmente trasformarsi in puro apparato. Succede il contrario. Anche nei quadri più grandiosi rimane chiarissimo chi debba essere guardato, quale relazione si stia consumando, dove stia andando il dramma. E quando Verdi restringe progressivamente l’orizzonte, fino alla solitudine dell’ultimo atto, lo spettacolo sa restringersi con lui.
E in uno spettacolo simile il Ballo della Fondazione Arena conta parecchio. Le coreografie di Vladimir Vasiliev, coordinate da Gaetano Petrosino, coinvolgono l’intero corpo di ballo e si inseriscono nella rappresentazione con la stessa naturalezza che governa le masse. Tea Bajc, Virna Toppi e Nicola Del Freo guidano con eleganza e precisione le grandi pagine coreografiche: anche qui il movimento non interrompe la musica, ma sembra nascere al suo interno. A tutto questo si aggiunge un cast di grande livello.

Anna Netrebko entra in scena e Aida è immediatamente sua. La voce conserva corpo e ricchezza di colori, con una proiezione che nell’immensità dell’Arena continua a impressionare. È una diva, e lo è dal primo ingresso all’ultima scena. Qualche incrinatura d’intonazione affiora nel corso della serata, senza incidere realmente su una prova di enorme personalità. E quando Aida si ripiega su sé stessa, Netrebko sa alleggerire il gesto e trovare colori più intimi.
Altrettanto magnetico è Ludovic Tézier. Il suo Amonasro possiede l’eleganza e l’autorità dei grandi interpreti. La parola è scolpita, la linea sorvegliatissima, ogni accento trova naturalmente il proprio peso. Anche nei passaggi più concitati rimane una sensazione di assoluto controllo, senza che questo raffreddi il personaggio.
Nella stessa fascia di qualità va collocato Gianluca Buratto, Ramfis di impressionante qualità. È una parte che sembra appartenergli naturalmente. Il timbro scuro e la solidità dell’emissione danno immediatamente autorità al personaggio, mentre la chiarezza della parola evita qualsiasi genericità. Buratto non ha bisogno di sottolineare nulla; gli basta cantare e stare in scena. In un cast di stelle, diventa uno dei punti fermi dell’intera rappresentazione.
Clémentine Margaine è un’Amneris vocalmente generosa, sostenuta da uno strumento ampio e corposo che riempie l’Arena con facilità. La voce ha materia e forza e la scena del giudizio trova in lei un’interprete di grande impatto. Il personaggio potrebbe forse guadagnare da una tavolozza più ampia di sfumature, ma la solidità della prova non viene mai meno.
Più accidentato il percorso di Yusif Eyvazov. Il primo atto lo trova ancora alla ricerca del giusto assetto e il timbro, naturalmente poco levigato, può risultare in alcuni momenti piuttosto aspro. Con il procedere della serata, però, il suo Radamès prende consistenza. Dal terzo atto soprattutto il canto si assesta e l’emissione acquista maggiore sicurezza; anche il fraseggio diventa più convincente. Il finale lo vede decisamente più a fuoco rispetto all’inizio, in un percorso in crescendo che riscatta le incertezze iniziali.
Molto buono anche Mariano Buccino come Re, mentre Carlo Bosi e Francesca Maionchi completano con precisione una compagnia senza punti realmente deboli. Ottima la prova dell’Orchestra della Fondazione Arena, compatta e generosa, sicura tanto nelle grandi scene quanto nelle pagine più raccolte. E ancora una volta si conferma determinante il Coro, preparato da Roberto Gabbiani: poderoso quando Verdi lo richiede, ma sempre controllato e nitido nella parola, oltre che impegnato in una presenza scenica tutt’altro che secondaria.
Meno determinante, nel risultato complessivo, la direzione di Francesco Ommassini. Una lettura corretta, ordinata, che garantisce una discreta sicurezza al palcoscenico e non compromette quasi mai la rappresentazione. Ma nemmeno riesce davvero a farla crescere. La concertazione rimane spesso scolastica, i tempi e le dinamiche amministrati con diligenza più che realmente plasmati. In una serata nella quale il palcoscenico ha tanto fuoco, dal podio sarebbe servita una tensione maggiore, qualcosa capace di accendere ulteriormente le grandi arcate verdiane e trascinare con sé orchestra e scena. L’Arena è stracolma, il pubblico segue con entusiasmo e il grande affresco di Zeffirelli continua a funzionare senza mostrare il peso degli anni. Può riempire ogni angolo del palcoscenico, moltiplicare ori, masse e movimenti, ma sa sempre quando fermarsi e lasciare che siano Verdi e i suoi personaggi a prendere la parola.

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Alessandro Arnoldo
Nato a Trento nel 1989, ha compiuto gli studi musicali diplomandosi in direzione d’orchestra presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano sotto la guida di Daniele Agiman. Ha arricchito la sua formazione partecipando a corsi e masterclass con Riccardo Muti presso la Riccardo Muti Italian Opera Academy, Gianluigi Gelmetti all’Accademia Chigiana di Siena ed Ernesto Palacio all’Accademia del Rossini Opera Festival, intitolata al Maestro Alberto Zedda.Ha diretto numerose orchestre esibendosi in Italia, Austria, Germania, Spagna, Georgia, Croazia, Lituania, Lettonia, Belgio e Repubblica Ceca. La sua interpretazione de Le Carnaval des Animaux di Camille Saint-Saëns è stata inclusa nel percorso didattico “è musica per tutti”, libro di testo e DVD pubblicato da Edizioni Scolastiche Mondadori, Pearson Italia.Direttore Artistico della Fondazione Filarmonica Trento e direttore principale dell’orchestra I Filarmonici di Trento é, inoltre, giornalista pubblicista, autore e conduttore di trasmissioni radiofoniche di approfondimento culturale, corrispondente per la rivista di informazione culturale ArtesNews, ideatore e autore della rubrica settimanale Rondò per il Quotidiano L’ Adige e collabora da diversi anni con TEDxTrento e con il centro EURAC Research di Bolzano.

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