di Franco Ballardini*
Ledro. Locca di Concei (Tn), Auditorium, 19 agosto 2025, ore 21.00
Kawai a Ledro 2025
Anna Kravtchenko, pianoforte
F. Liszt,
Sonata in si min. S. 178
F. Chopin
Notturni op. 27, n. 2; op. 9 n. 3; op. 9 n. 2
Sonata n. 2 in si bem. min, op 35
La Sonata in si minore di Liszt (1853) e la seconda Sonata op. 35 (1839) – preceduta da tre Notturni – di Chopin, vale a dire due capisaldi della letteratura pianistica di metà Ottocento: con questo programma si è presentata alla rassegna “Kawai a Ledro”, martedì 19 agosto, Anna Kravtchenko. La quale non ha certo bisogno di presentazioni: Premio Busoni quando aveva solo 16 anni, possiede una tecnica prodigiosa che rasenta la perfezione, capace di attenuare un pianissimo da due a tre p senza perdere una nota, di prolungare un suono o una pausa senza allentare la tensione della frase, di far vibrare l’intera cassa armonica dello strumento o cambiare marcia all’improvviso, distillare delicate melodie o scolpire accordi massicci e percussivi, mantenere un trillo nitido indefinitamente e sorvolare la tastiera in velocissime progressioni senza quasi toccarla, il suono sempre morbido e levigato, talora più cristallino… Ma qui la bravura tecnica non basta: di fronte a opere come queste ci vuole anche la capacità di usarla per interpretarle, di trovare le soluzioni tecniche che permettano di risolvere i problemi non solo esecutivi ma formali e stilistici che esse pongono.
Una breve nota grave appena accennata, silenzio. La stessa nota, silenzio. Così comincia la Sonata in si minore di Liszt, in maniera a prima vista sommessa e al tempo stesso teatrale. Poi da quella nota viene fuori di tutto. Anche un tema, dal profilo melodico e ritmico un po’ contorto, che ogni tanto rispunta, pure in forme diverse. Ma la struttura non è quella di un tema e variazioni. Né d’una sonata in forma classica naturalmente. Citata per lo più come modello esemplare della cosiddetta forma ciclica romantica – un unico movimento di circa trenta minuti che racchiude in sé i quattro della sonata classica, ma con un solo tema principale ricorrente e vari motivi secondari, senza uno schema formale riconoscibile e con frequenti cambi di tempo e di stile – quest’opera può forse essere letta più propriamente come un’ampia serie d’improvvisazioni – Liszt era un formidabile improvvisatore – che riprende ogni tanto il motivo iniziale ma soprattutto ne prende spunto per continue divagazioni, anche molto lontane dall’idea di partenza. Gesti ritmici ribattuti d’effetto scenico, perorazioni enfatiche ripetute, ma anche linee cantabili accompagnate dolcemente, singole note mormorate con esitazione, fugati perentori e complessi, passaggi armonici imprevisti, ornamentazioni acrobatiche e coloratissime. Il rischio è quello di un pastiche senza né capo né coda, e di un’esibizione puramente virtuosistica, alla lunga defatigante e noiosa per l’ascoltatore. Anna Kravtchenko però mette a frutto tutte le sue risorse per caratterizzare ogni episodio, ogni momento per ciò che ha di peculiare nella volubile estrosità dell’insieme, esaltando gli slanci e gli arresti più plateali, l’irruenza e la concitazione dei passi più drammatici, ma anche legando e rifinendo quelli più lirici, cesellando gli abbellimenti, sottolineando la rarefazione delle frasi interrotte e dei silenzi. Così la Sonata diventa un racconto pieno di sorprese e colpi di scena, e l’ascoltatore lo segue attento, curioso di quel che verrà dopo, costantemente tenuto sul filo della suspense fino all’ultimo.

“Così comincia e così finisce: con dissonanze, attraverso dissonanze, nelle dissonanze. […] Nella Sonata si urta in passi di questo genere quasi ad ogni pagina e la maniera selvaggia e arbitraria di Chopin di scrivere gli accordi rende il raccapezzarsi ancora più difficile. […] La seconda parte è la continuazione di questa disposizione d’animo, ardita, spiritosa, fantastica […] Dello Scherzo il nome soltanto […] Segue, ancora più cupa, una Marcia funebre che ha persino qualcosa di repulsivo […] Quello che appare nell’ultimo tempo sotto il nome di Finale è simile a un’ironia piuttosto che a una musica…”. Sono le parole con cui Schumann – amico e ammiratore di Chopin – ne recensiva la seconda Sonata nel 1841 sulla sua “Neue Zeitschrift fűr Musik”. Anche questa è un’opera “difficile” quindi, tecnicamente e musicalmente. E pure in questo caso la sua originalità – “sconvolgente” perfino per uno Schumann – ha permesso alla solista di utilizzare le sue molteplici doti in funzione dell’imprevedibile eterogeneità del brano: nella continua alternanza fra le polifoniche melodie e i convulsi scarti ritmici del primo tempo, fra l’agitato e cromatico Scherzo e il dilatato quasi-valzer del Trio, fra il ben noto tema tragico della Marcia funebre e il suo ripetitivo trasognato carillon centrale – qui proposto senza nessuna concessione lirica e anzi con voluta, glaciale inespressività – fino al brevissimo turbinoso Finale, con le due mani che corrono cromaticamente all’ “unisono” su e giù per la tastiera, suonato tutto d’un fiato.
Meno problematici sono i tre Notturni che erano in programma – rispettivamente il secondo dell’op. 27, e i n. 2 e 3 dell’op. 9 – altrettanto conosciuti ma certo formalmente più semplici e più omogenei, ma anche lì Anna Kravtchenko non ha rinunciato a differenziarne, per quanto possibile, colori e fraseggio, alla ricerca di sfumature sempre nuove ad ogni ripresa. E dopo un simile programma ha pure concesso, come bis, un’intera sonata di Haydn – giovanile e scalattiana, sì, ma pur sempre in tre movimenti, ed esposta con ben altro tocco ovviamente – nonché il Lied schumanniano Widmung nella trascrizione di Liszt, offerto al pubblico con la consueta disinvoltura.
* Franco Ballardini, docente di Storia della musica al Conservatorio Statale di Musica F.A. Bonporti di Trento sez. Riva del garda






