Chi scrive ha seguito il Verbier Festival dal 26 al 31 luglio. Per chi si fosse perso la prima parte di questo diario musicale – dedicata agli appuntamenti del 26 e 27 luglio – è possibile ritrovarla QUI [https://www.artesnews.it/tipologie/recensioni/verbier-appunti-musicali-tra-le-nuvole-alpine-1-26-e-27-luglio-2025/]
e per la giornata del 28 luglio – QUI [https://www.artesnews.it/tipologie/recensioni/verbier-ch-appunti-musicali-tra-le-nuvole-alpine-2-28-luglio-2025/].
Il 29 luglio è una giornata da segnare in rosso nel calendario di questa edizione del festival: la mattina si apre con un recital che è un concentrato di poesia e virtuosismo, con il violinista Johan Dalene e il pianista Julien Quentin. Il pomeriggio è tutto dedicato a Shostakovich, protagonista di un sontuoso programma da camera con alcuni dei nomi più amati di Verbier: Kissin, Argerich, Maisky, Tamestit e il Quatuor Ébène. E la sera, come un colpo di scena finale, un concerto notturno che mescola Bach e jazz, folk e groove, tra le corde di Sheku Kanneh-Mason e la fantasia pianistica di Harry Baker. Un viaggio tra mondi diversi, ma mai così vicini.

Sono le 11 del mattino e l’Église de Verbier è già gremita. In scena, due artisti che rappresentano due diverse ma complementari sensibilità: il giovane violinista svedese Johan Dalene, rivelazione internazionale degli ultimi anni, e il pianista Julien Quentin, presenza costante del festival, versatile e elegantissimo camerista. L’apertura è esplosiva: la Tzigane di Ravel si accende con un’introduzione solitaria di Dalene, vibrante, tagliente, teatrale. La tecnica è spettacolare, ma ciò che colpisce è l’intelligenza musicale: ogni accelerazione ha un peso, ogni digressione una ragione. Quentin sostiene con pianismo cesellato, creando un equilibrio di fuoco e controllo. Poi, silenzio e magia. Il Notturno di Einojuhani Rautavaara si distende come una bruma sonora, eterea e visionaria. I due interpreti sospendono il tempo in un canto notturno denso di tensione emotiva. È un momento rivelatore: due musicisti che parlano la stessa lingua del silenzio. La Sonata n. 2 di Grieg è invece un’esplosione di vitalità nordica. L’energia è contagiosa, ma è nel secondo movimento che Dalene conquista completamente la platea: il lirismo è profondo, intimo, quasi vocale. Quentin asseconda con timbro caldo e un uso sapiente del pedale. Gran finale con la Sonata in la maggiore di Franck. L’intesa tra i due è totale: le linee si fondono, i respiri coincidono, i climax sono calibrati con mano esperta. Il pubblico esplode in un applauso meritato e sentito.

Nel pomeriggio, la grande Salle des Combins si trasforma in un teatro intimo per un omaggio interamente dedicato a Dmitri Shostakovich. Protagonista assoluto è Evgeny Kissin, qui in veste di camerista, affiancato da compagni d’eccezione: Mischa Maisky, Antoine Tamestit, il Quatuor Ébène, e nientemeno che Martha Argerich. Si comincia con la Sonata per violoncello e pianoforte op. 40: Kissin e Maisky costruiscono un dialogo serrato e profondo, fatto di respiri lunghi e contrasti netti. Il movimento lento è poesia pura, con Maisky che canta letteralmente sullo strumento. Il Quintetto per pianoforte op. 57, uno dei capolavori assoluti della musica da camera del XX secolo, è affidato a Kissin e al Quatuor Ébène. La lettura è vigorosa, teatrale, persino spigolosa dove necessario. L’Intermezzo centrale è puro Shostakovich: malinconico, ironico, sottilmente doloroso. Segue un momento inaspettato e scintillante: Concertino per due pianoforti op. 94, affidato a Kissin e Argerich. L’intesa tra i due giganti è elettrica, viscerale! Si guardano poco, ma suonano come un solo organismo. È un divertissement brillante, pieno di swing e geometrie taglienti. Chiude la serata la Sonata per viola op. 147, ultima opera del compositore. Il dialogo tra Kissin e Tamestit è denso di significato, intimo, struggente. Tamestit suona con una gamma timbrica impressionante, mentre Kissin sostiene con sobrietà e profondità. Il finale, con la citazione di Beethoven, chiude un cerchio emotivo che lascia il pubblico in silenziosa commozione.
Alle 21.30, nel suggestivo spazio del Cinéma de Verbier, il violoncellista Sheku Kanneh-Mason incontra il pianista jazz Harry Baker in un set notturno che è viaggio, racconto, invenzione continua. L’inizio è affidato alla Suite n. 1 per violoncello solo di Bach, con Kanneh-Mason che cesella ogni frase come fosse una miniatura poetica. Baker risponde con una libera improvvisazione su Ich ruf zu dir, fondendo spiritualità e swing. Le loro voci si intrecciano naturalmente, mai forzate, in un dialogo vivo, sempre in movimento. Le Fifteen Moravian Folksongs, rielaborate da Janáček e Baker, aprono la porta a un mondo popolare e incantato. L’arrangiamento è raffinato, libero e rispettoso allo stesso tempo. La Pohádka di Janáček, che segue, è sognante e sospesa, con Baker che dipinge armonie inquiete sotto il racconto lirico del violoncello. Ma è nei brani originali di Baker – come I Call to You – e nelle riletture jazzistiche (da Waltz for Debby di Bill Evans a James di Pat Metheny) che il concerto prende il volo: groove, improvvisazione, invenzione costante. Il pubblico, variegato e attento, resta incollato a ogni nota. Chiude la serata una selezione dalle Bachianas Brasileiras n. 2 di Villa-Lobos: ritmo, colore, malinconia tropicale. Un bis? No, due! E quando arriva Libertango, è come se la notte si alzasse a ballare, tra luci soffuse e applausi senza fine.
Non un semplice concerto, un vero e proprio manifesto. Un atto di fiducia nel futuro della musica, dove la libertà dell’ascolto e il rigore dell’arte possono danzare insieme.






