C’è un posto nel mondo dove l’altitudine incontra l’eccellenza, e la montagna si trasforma in cattedrale della musica: si chiama Verbier. Il Verbier Festival, fondato nel 1994 dal visionario Martin T:son Engstroem – che ancora oggi ne guida la rotta come direttore artistico – non è solo uno dei festival più raffinati d’Europa: è un ecosistema creativo, un’accademia viva, un’officina di talenti e un altare sul quale la grande musica viene celebrata con passione, precisione e spirito di condivisione. Dal 1994, il festival è cresciuto in modo quasi organico: sempre più ambizioso ma mai snaturato. Una delle sue peculiarità più preziose è quella di mettere insieme artisti di fama internazionale e giovani promesse provenienti da tutto il mondo in un contesto che alterna il rigore al gioco, la vetta al laboratorio.
Sabato 26 luglio
L’arrivo a Verbier è avvolto da un’atmosfera quasi da romanzo: una sera di pioggia insistente, nuvole basse come tende sulle cime, e una nebbia che pareva voler cancellare i contorni del mondo. Chi scrive è salito tra il crepitio delle gocce sul vetro della cabinovia, in un silenzio che sembrava presagire qualcosa di sacro. Poi, d’un tratto, come in un’apparizione, la luce calda della piccola Église de Verbier Station si fa largo tra la foschia: rifugio di suono e spirito.
Ad attendere, un quartetto di fuoriclasse: Leonidas Kavakos al violino, Antoine Tamestit alla viola, Gautier Capuçon al violoncello e Mao Fujita al pianoforte. Una formazione che, già sulla carta, prometteva un’esperienza memorabile.
La serata si apre con il Trio per archi n. 3 in sol maggiore op. 9 n. 1 di Beethoven: pagina giovanile, già densa di contrasti e tensioni. Il dialogo tra Kavakos, Tamestit e Capuçon è costruito con rigore e spontaneità, come un’intesa che nasce da anni di consuetudine e rispetto reciproco. Il primo movimento brilla per chiarezza di fraseggio; l’Adagio è una meditazione su corde leggere, mentre il Presto finale rivela tutto il gusto beethoveniano per la sorpresa e la dinamica esplosiva. Dopo l’intervallo, l’ingresso di Mao Fujita arricchisce l’equilibrio del gruppo con un suono trasparente, mai invadente. Il Quartetto per pianoforte n. 2 in la maggiore op. 26 di Brahms appare subito come una grande architettura romantica, ma con fondamenta di cristallo. L’Allegro non troppo iniziale è pieno di respiro nelle frasi, quasi che il gruppo intero suonasse come un unico organismo. L’Adagio centrale offre a Capuçon momenti di canto struggente, mentre Tamestit intesse armonie di velluto. Il finale – Allegro – sprigiona un’ energia purissima, sorretta dal pianismo preciso e poetico di Fujita. Fuori, la pioggia non da tregua. Ma dentro la chiesa, l’atmosfera è quella di una serata viennese: fatta di sorrisi discreti, mani intrecciate e occhi che restano sospesi su una nota appena svanita.
Domenica 27 luglio
Ci sono artisti che portano con sé un’aura tutta particolare, come se ogni loro esibizione fosse più un rituale che un concerto. Martin Fröst è uno di questi. Clarinetto dalla voce camaleontica, interprete e performer dalla visione ampia, ha guidato la matinée all’Église de Verbier Station con un programma che sembrava pensato per attraversare secoli e stili in un’unica narrazione fluida. L’inizio è quasi liturgico. Poi arrivano gli accostamenti sorprendenti: la Cradle Song composta dallo stesso Fröst, le Invenzioni di Bach in dialogo con le Dance Preludes di Lutosławski, passaggi fulminei tra Ave Maria, Påfågels-Ögonblick di Anders Hillborg e la spiritualità minimale di arrangiamenti bachiani. Con lui, un ensemble affiatato e di altissimo livello: la violoncellista Anastasia Kobekina, il chitarrista Raphaël Feuillâtre, il pianista Julien Quentin, il violinista Marc Bouchkov e il contrabbassista Brendan Kane. Insieme hanno dato vita a una tessitura sonora mutevole, quasi cinematografica. Le Romanian Folk Dances di Bartók, nella loro energia primitiva, sono state un punto culminante, così come la suite Contrasts, in cui Fröst, Bouchkov e Quentin hanno liberato fuoco balcanico e lirismo moderno in una danza esplosiva. Il concerto si conclude con due omaggi: il tema delle Variazioni Goldberg di Bach, trascritto per clarinetto e contrabbasso, e una Bulgarian Gigue di Shai Wosner, che ha chiuso il cerchio tra tradizione e modernità, tra rigore e libertà. Un’esperienza di quelle che lasciano addosso un’elettricità creativa per ore.
Alle 18.30, il pubblico riempie la grande Salle des Combins per una serata che mostra un altro volto del Verbier Festival: quello sinfonico. La Verbier Festival Orchestra, diretta con autorevolezza e sensibilità da Manfred Honeck, affronta uno dei capisaldi del repertorio concertistico: il Concerto per violoncello in si minore op. 104 di Antonín Dvořák, con Gautier Capuçon ancora protagonista.
Il suono caldo e generoso del violoncellista francese attraversa la sala come un racconto epico: intimo e drammatico, lirico e tempestoso. L’orchestra risponde con trasparenza, e Honeck sa esaltare ogni linea, ogni colore, costruendo un discorso musicale coerente e vitale. Nella seconda parte, spazio all’effervescenza viennese: Johann e Josef Strauss, tra ouverture, valzer e polke. L’Eljen a Magyar!, il Kaiserwalzer, la frizzante Unter Donner und Blitz – ogni brano è trattato con cura e leggerezza, senza mai cadere nel pittoresco. La direzione di Honeck ha saputo mescolare ironia e disciplina, regalando una chiusura spensierata e scintillante.
Ma la giornata non era ancora finita…

Alle 22 nella raccolta e suggestiva Chapelle protestante, prende vita un singolare appuntamento della serie UNLTD: il concerto dei CelloFellos – ovvero Bryan Cheng e Leonard Disselhorst. “Due violoncelli, nessuna regola.” Nel bagliore delle candele, il duo spazia da Bach al jazz, dal folk balcanico al tango, con carisma, umorismo e una tecnica formidabile. Una vera boccata d’aria fresca, che ha mostrato come la musica classica possa reinventarsi senza perdere anima.
In questo piccolo gioiello notturno si è colta tutta la filosofia del Verbier Festival: tradizione che respira, innovazione che rispetta, talento che si diverte!
Il diario prosegue. Ma già dopo queste prime 48 ore, è evidente: a Verbier, la musica non si ascolta soltanto. Si vive.






