Verona | Teatro Filarmonico | 17 dicembre 2025, ore 19
Fondazione Arena di Verona – Stagione d’Opera 2025
ERNANI
Dramma lirico in quattro atti di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave dal dramma di Victor Hugo
Ernani Paolo Lardizzone
Don Carlo Amartuvshin Enkhbat
Silva Vitalij Kowaljow
Elvira Olga Maslova
Giovanna Elisabetta Zizzo
Don Riccardo Saverio Fiore
Jago Gabriele Sagona
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Direttore Paolo Arrivabeni
Regia, scene, costumi, luci Stefano Poda | Assistente a regia, scene, costumi, luci Paolo Giani Cei | Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
ph.©Ennevi Fondazione Arena

Verdi resiste. Non come formula consolatoria, ma come dato di fatto che si impone ogni volta che la sua musica viene presa sul serio. Ernani, opera di slanci giovanili e architetture già ferree, continua a porre una questione precisa a chi la mette in scena: quanto peso si è disposti a lasciare alla musica, e quanto invece si tenta di alleggerirla con sovrastrutture estranee al suo respiro profondo. Al Teatro Filarmonico di Verona, questa nuova produzione firmata da Stefano Poda si misura con tale tensione, trovando nella concertazione, nel coro e in gran parte del cast una solidità che ancora una volta dimostra come Verdi sappia reggere – e spesso superare – visioni registiche che faticano a dialogare davvero con il senso del libretto e della partitura. A tenere saldamente le redini della serata è Paolo Arrivabeni, direttore che conosce profondamente il primo Verdi e ne governa i meccanismi con intelligenza teatrale. La sua lettura è tesa, scolpita, sempre orientata al respiro drammatico della scena. I tempi sono vivi, alle volte coraggiosi, le dinamiche curate con attenzione, il fraseggio orchestrale nitido, capace di sostenere il canto senza sovrastarlo. Arrivabeni evita ogni enfasi superflua e costruisce un arco narrativo coerente, che dà senso e continuità anche ai momenti più convenzionali della scrittura verdiana giovanile. L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona risponde con compattezza e precisione, mostrando una bella duttilità timbrica: archi tesi e reattivi, fiati incisivi, un suono complessivo che mantiene sempre una tensione teatrale costante. Fondamentale anche il contributo del Coro, preparato da Roberto Gabbiani, vero motore drammatico dell’opera: interventi potenti, ben articolati, mai generici, capaci di trasformarsi da massa bellica a coscienza collettiva con notevole efficacia.

Il cast vocale si muove su un livello complessivamente molto alto. Amartuvshin Enkhbat offre un Don Carlo di grande statura vocale e scenica: il timbro brunito, l’emissione solida, il fraseggio autorevole delineano un personaggio già proiettato verso la futura grandezza imperiale. È una presenza che domina la scena con naturalezza, senza forzature.
Di notevole spessore anche Vitalij Kowaljow, Silva cupo e imponente, sorretto da una linea di canto salda e da un grave profondo, autorevole, perfettamente in linea con la nobiltà ferita del personaggio. Olga Maslova, nel ruolo di Elvira, affronta una scrittura impervia con sicurezza tecnica e slancio lirico: la voce è ampia, ben proiettata, capace di coniugare slancio drammatico e cantabilità, soprattutto nei momenti di maggiore esposizione emotiva, dove la scrittura verdiana chiede al soprano non solo volume, ma controllo e continuità di frase. Nel ruolo del protagonista, Paolo Lardizzone affronta Ernani con precisione musicale e grande affidabilità professionale. La linea è corretta, l’intonazione sicura, l’accento curato; ciò che manca, semmai, è quella particolare qualità timbrica e quel peso vocale che rendono il personaggio davvero incendiario, capace di imporsi come figura romantica assoluta. Un’interpretazione onesta e musicalmente solida, che però non sempre riesce a imporsi sul piano del carisma drammatico.
Ben delineati i ruoli di fianco: Elisabetta Zizzo è una Giovanna attenta e partecipe; Saverio Fiore disegna un Don Riccardo puntuale e ben proiettato; Gabriele Sagona, nei panni di Jago, offre un intervento preciso e funzionale, sempre inserito con intelligenza nel tessuto teatrale. Se la componente musicale convince in modo pressoché unanime, più problematica risulta la proposta registica di Stefano Poda, che firma regia, scene, costumi e luci. Il suo linguaggio visivo, fortemente simbolico, astratto e spesso disturbante, tende a sovrapporsi alla narrazione anziché servirla. L’accumulo di immagini, strutture luminose, gesti e segni finisce per creare una distanza emotiva che smorza l’impatto drammatico, arrivando in alcuni momenti – incluso il finale – a minarne l’efficacia teatrale. Più che amplificare il conflitto verdiano, la regia sembra talvolta deviarlo, imponendo una chiave di lettura che fatica a dialogare con la forza diretta della musica. Resta però il dato essenziale: Ernani vive e respira grazie alla sua musica. E in questa produzione veronese, la solidità della direzione, la qualità dell’orchestra e del coro, e un cast complessivamente molto convincente riescono a mantenere saldo il cuore dell’opera, oltre ogni perplessità visiva. Una serata che ricorda come il teatro musicale trovi la sua verità solo quando la scena nasce dall’ascolto profondo del libretto e della partitura, e quando chi mette in palcoscenico accetta di farsi tramite, non protagonista, di una musica che chiede rispetto prima ancora che interpretazione.






