di Gianluca Macovez
Trieste, Teatro Verdi, 28 novembre 2025
IL BARBIERE DI SIVIGLIA
Musica di Gioachino Rossini
Dramma comico in due atti su libretto di Cesare Sterbini dalla commedia omonima di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Maestro Concertatore e Direttore ENRICO CALESSO
Regia, scene e costumi PIER LUIGI PIZZI
Regista assistente e Lighting designer MASSIMO PIZZI GASPARON CONTARINI
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Personaggi e interpreti
Figaro ALESSANDRO LUONGO
Rosina ANNALISA STROPPA
Il Conte d’Almaviva MARCO CIAPONI
Bartolo MARCO FILIPPO ROMANO
Basilio ABRAMO ROSALEN
Berta ANNA MARIA CHIURI
Fiorello WILLIAM CORRÒ
Ambrogio ARMANDO DE CECCON
Un Ufficiale ARMANDO BADIA
Maestro del Coro PAOLO LONGO
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
29 novembre 2025
LE NOZZE DI FIGARO
di Wolfgang Amadeus Mozart
Libretto di Lorenzo da Ponte, tratto da La folle giornata o il matrimonio di Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Maestro Concertatore e Direttore ENRICO CALESSO
Regia, scene e costumi PIER LUIGI PIZZI
Regista assistente e Lighting designer MASSIMO PIZZI GASPARON CONTARINI
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Personaggi e interpreti
Figaro SIMONE ALBERGHINI
Susanna CAROLINA LIPPO
Contessa di Almaviva EKATERINA BAKANOVA
Conte di Almaviva GIORGIO CAODURO
Cherubino PAOLA GARDINA
Bartolo ANDREA CONCETTI
Basilio ANDREA GALLI
Barbarina VERONICA PRANDO
Marcellina ANNA MARIA CHIURI
Antonio WILLIAM CORRÒ
Don Curzio PIETRO PICONE
Maestro del Coro PAOLO LONGO
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
ph.©Teatro Verdi Trieste

Il Verdi di Trieste inaugura la stagione con una doppia produzione firmata, per regia, scene e costumi, da Pier Luigi Pizzi: ‘Il Barbiere di Siviglia’ di Rossini e ‘Le Nozze di Figaro’ di Mozart. Operazione coraggiosa ed intelligente, premiata da tre settimane di tutto esaurito. Il concetto di base era: un impianto scenico sostanzialmente comune, pur nelle modifiche dei particolari, che consentisse di alternare agevolmente i due titoli. Un cast di alto livello, senza cambi, in maniera da garantire una qualità costante ed omogenea. Una bacchetta sicura ed affidabile, che lavorasse in modo profondo con l’orchestra, per mettere in risalto le potenzialità dell’organico stabile. Alla conferenza stampa abbiamo appreso che questa accoppiata è un’idea di Paolo Rodda e questo merito va riconosciuto al direttore artistico uscente, al quale è subentrato, da questa stagione, Valerio Vicari, cui spettano sfide interessanti. Abbiamo visto entrambi i titoli due volte, sia per capire bene il lavoro registico, sia per apprezzare l’evoluzione del progetto man mano che le repliche procedevano. Chiariamo subito e senza esitazioni che l’operazione è riuscita alla grande, con riscontri trionfali per tutti alla fine di ogni spettacolo. Che non vuol dire che non ci sia spazi per alcune osservazioni. Cominciamo con il Maestro Pizzi, indubbiamente la star dell’allestimento. Una vita dedicata al teatro, alla presentazione si è mosso agile, nei gesti ed ancor più nel racconto, rendendo incredibili i suoi novantasei anni. I detrattori di Pizzi sostengono che sia fondamentalmente uno scenografo che si è dato alla regia, ma che punti soprattutto all’impatto visivo. Questa osservazione certamente non vale per l’accoppiata triestina. Le scene erano eleganti, ossessivamente bianche, perfino faticose da vedere per il riverbero ottenuto dalle luci del fido Massimo Pizzi Gasparon Contarini, che oltre ad essere il light designer era l’aiuto regista e si è dimostrato, ancora una volta, supporto determinante per la riuscita degli spettacoli del Maestro. Per il ‘Barbiere’ gli spazi risultavano ben gestiti, mentre la struttura nelle ‘Nozze’ era inspiegabilmente utilizzata solo in parte, con un secondo piano vuoto, che dava un senso di povertà ed abbandono che non siamo riusciti a capire. Francamente con lo scorrere delle serate abbiamo solidificato l’impressione che quegli ambienti avrebbero potuto ospitare con altrettanta validità decine di titoli: per fare qualche esempio, ci si poteva muovere validamente Violetta per ‘La Traviata’; bene si sarebbe potuto consumare il dramma di ‘Werther’; sarebbe stato suggestivo trovarvi ‘Eugenio Oneghin’; certamente magica sarebbe stata l’apparizione della Contessa e tutta la storia della ‘Dama di Picche’ e così via con un lungo elenco.
Un’osservazione pratica, poi, è relativa alla scelta di costruire la scena su tre gradini, una sorta di crepidoma. Idea suggestiva, che esalta la sacralità pagana del Teatro, Tempio della cultura, luogo al tempo stesso del finto e del vero, ma ha reso critica la fruizione acustica quando gli interpreti cantavano da alcuni determinati punti del palcoscenico, che evidentemente non erano stati indicati al regista. Una difficoltà che i cantanti, pensiamo con quel sesto senso che è proprio degli artisti, nel corso degli spettacoli hanno fatto rientrare, un passo alla volta fino al totale superamento nelle ultime repliche. Certamente, comunque, alla componente scenografica vanno riconosciuti il merito di aver sperimentato, anche se in realtà quella del ‘Barbiere’ non era proprio una novità assoluta ed il coraggio di essere usciti dai cliché e di aver proposto qualcosa di imprevedibile o, meglio, di non facilmente prevedibile. Invece interessantissima, alla faccia dei detrattori, la scelta registica: in entrambi i casi si sono abbattuti decenni di convenzioni e ribaltati i ruoli. Il vero protagonista, in entrambi gli spettacoli, era il Conte di Almaviva, affiancato in un caso da Rosina, nell’altro dalla Contessa, con le sue passioni, i suoi turbamenti, i difetti terribilmente umani e la raffinatezza di un mondo che stava per capitolare. Figaro diventava il motore dell’azione, ruolo determinante all’azione scenica, ma non centro narrativo. Peraltro in questo modo Pizzi recupera con grande lungimiranza l’idea di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais ed impreziosisce tutta l’iniziativa: il ‘grande vecchio’ della scena teatrale che si dimostra un ‘rivoluzionario giovane’. Non abbiamo capito tutto, ma certamente per un nostro limite.

Per esempio non abbiamo saputo interpretare la scelta cromatica di alcuni costumi, in particolare per ‘Le Nozze di Figaro’, caratterizzate, per esempio, da dei magnifici arancione per gli abiti dei due nobili, che non riusciamo ad identificare né iconograficamente, né psicologicamente. Non ci è neanche chiaro il senso del bagno, oltretutto con i pantaloni addosso, di Figaro mentre canta la Cavatina e cosi per una manciata abbondante di altri particolari, ma si tratta di osservazioni che non inficiano il successo dell’operazione registica riuscita ed interessantissima. Bravo Pizzi, sempre affidabilissimo il braccio destro Massimo Pizzi Gasparon Contarini e bravissimo il Verdi che ha avuto questa idea, che speriamo diventi uno dei segni distintivi del nuovo Verdi: aprire con una accoppiata di valore, affidandola ad una grande firma della regia, magari inserendo anche qualche evento a latere, tipo presentazioni o convegni. Il brulicare di idiomi differenti in platea, prova, più di ogni sondaggio, come questa sia stata una scelta vincente. Certamente se le voci non fossero state all’altezza della situazione l’operazione non sarebbe riuscita. In questo caso tutti gli interpreti sono stati molto apprezzati, con numerosi vertici d’eccellenza. C’erano alcuni cantanti che partecipavano, verrebbe da dire eroicamente, ad entrambe le opere. William Corrò si è mosso con garbo e con eleganza. La voce ha forse un po’ pagato i ritmi veramente impegnativi ( in poco più di venti giorni, dodici spettacoli più due generali, oltre a tutte le prove) per quel che concerne il volume, ma ci ha regalato un Fiorello appropriato e dai buon ritmi ed un divertente Antonio.

Lussuosa la presenza di Anna Maria Chiuri nei ruoli di Berta e Marcellina, parti che con lei emergono prepotentemente. La voce è possente, piena, con una gamma di colori vasta e nel corso delle recite il glorioso mezzosoprano è riuscita a trovare il giusto equilibrio nei pezzi d’insieme, nei quali, alle volte, inizialmente strabordava, non per demerito, ma per opulenza naturale del mezzo vocale. Dal punto di vista attoriale, un’attrice pirotecnica, dotata di una mimica facciale di grande presa, capace di stupire, inventando un accento emiliano una volta, di roteare la R la recita successiva; credibile come domestica, sicura nei modi della governante. Nella parti minori, apprezzata della bella prova da mimo di Armando Ceccon, il servitore Ambrogio; abbiamo trovato piacevole il Basilio di Andrea Galli; divertente nella sua balbuzie Pietro Picone, Don Curzio ; decisamente interessante l ‘Ufficiale di Armando Badia, componente del coro del teatro, che brilla per sicurezza vocale, volume del suono ed eleganza scenica. Ci è piaciuta molto Veronica Prando, una Barbarina dalla tecnica sicura, dotata un una voce dal suono purissimo, ricca di colori e dalle appropriate capacità espressive. Giustamente applaudita la sua esecuzione di ‘L’ho perduta… me meschina’. Un regalo per il pubblico triestino la presenza, quale Bartolo, di Andrea Concetti . Artista dalla carriera internazionale ai massimi livelli, non delude le attese, esibendo una voce importante, sicura negli acuti e nell’ottava superiore, con un centro omogeneo , una notevole estensione e fiati amplissimi.
Di grande presa, per eleganza e ricchezza cromatica, e per resa vocale, il pezzo d’entrata: ‘La vendetta, oh la vendetta!’ . Pulito ed elegante, anche nel bel costume, Abramo Rosalen come Don Basilio, un notabile che con lo scorrere delle repliche si fa sempre più convincente: inaffidabile, palesemente corruttibile, camaleontico, sempre presente ma mai troppo in primo piano, proprio come certe ‘eccellenze’ dell’odierno potere. Il basso pordenonese non cade nell’insidia della macchietta e valorizza il significato della sua aria, eseguita con mezzi sicuri e buona musicalità. Paola Gardina è Cherubino. Il paggio è uno dei suoi ruoli forti. Non mettiamo assolutamente in discussione il valore dell’interprete, ma la lettura che è stata data del personaggio, certamente da Pizzi e non da lei, ci pare penalizzarla un po’, perché, di fatto, appare come una sorta di Gianburrasca, un po’ più sporcaccione. Mozart gli offre due arie intense , musicalmente e nei testi: ‘Non so più cosa son, cosa faccio’ e ‘Voi che sapete che cosa è amor’, ma più che lo struggimento ed il dilemma, sono emersi la baldanza giovanile, la giocosità e la superficialità dell’ennesimo cacciatore di gonnelle in erba. Zompetta per il palcoscenico, gioca con la vita, ma la sua preoccupazione sembra più quella di riuscire a non incorrere in grosse punizioni, piuttosto che gli autentici sentimenti. Ci pare che Mozart sia andato oltre al gioco dei travestimenti, abbia lavorato sull’identità e sulla fuga, con testi pregni di suggerimenti, motivi di riflessione, spinte ad approfondire. Questi aspetti, a nostro parere, non erano abbastanza evidenti, oppure non siamo stati capaci di coglierli. In ogni caso il pubblico ha molto apprezzato, in particolare la seconda aria.
Carolina Lippo ha buona capacità sceniche, bella figura e canta una parte di grandissimo impegno. La sua Susanna, dalla voce un po’ esile ed in alcuni suoni un po’ asprigna, alle volte ci è apparsa più calcolatrice che sensuale, più cinica che vittima. Corretta nei tanti pezzi d’insieme, nei quali dimostra grande professionalità e buon gusto, ci è parso che nelle arie solistiche, dove non commette errori, non mette in gioco quella autorevolezza vocale e quel garbo che dovrebbero essere la cifra del suo personaggio, che non è né banale, né sempliciotto. Marco Filippo Romano è un Don Bartolo decisamente molto disinvolto, sia scenicamente che musicalmente. Pizzi lo fa uscire ed entrare nel personaggio, come per esempio nelle movenze rap durante la sua ‘A un dottor della mia sorte’, in un gioco di metateatro molto interessante, che trova nello strumento vocale sicuro e ricco di colori una delle ragioni principali del successo della sua prova.
Due gli interpreti di Figaro.
In Rossini il ruolo era cantato da Alessandro Luongo, che ha eseguito la parte del barbiere con gusto tradizionale, generosissimo vocalmente, sicuro negli acuti e nei passaggi. La gestualità è forzata, con l’interprete che bonariamente provoca il pubblico, quasi a cercare l’applauso. Certamente Pizzi da lui non ha voluto eroe positivo, ma uno dei tanti mercenari che popolano la scena del capolavoro rossiniano, ma al cantante va riconosciuto il grande merito di essere riuscito, partendo da una situazione già ampiamente positiva, a crescere nelle recite ed a mitigare certe forzature. Il Figaro da Simone Alberghini ha ampia esperienza e grande professionalità. Anche in questo caso con lo scorrere degli spettacoli abbiamo assistito ad un’apprezzatissima crescita, offrendo , in particolare all’ultima replica che abbiamo visto, una prova vocale di grande spessore. Il suo personaggio è ben costruito, funzionale alla storia, decisamente subalterno al Conte e caratterizzato da un velo di malinconia, che traspare anche nei pezzi più noti, come ‘Né più andrai ’, eseguita con garbo, eleganza e ricchezza vocale, ma una struggente , amara, consapevolezza.
Arriviamo quindi alle due coppie al centro degli spettacoli: nelle ‘Nozze di Figaro’ l’accoppiata Caoduro e Bakanova e nel ‘Barbiere’ Ciaponi e Stroppa. In entrambi i casi accoppiate vincenti. Ekaterina Bakanova è una Contessa dolente ma tutt’altro che arresa, attenta nei modi e nella vocalità. Canta con eleganza ‘Porgi amor qualche ristoro’, mettendo in risalto una interessante ottava superiore. In ‘Dove sono i bei momenti’, cesella una prova sicura, con alcune scelte personali che sottolineano il carattere della nobildonna, superando le varie difficoltà tecniche e regalando una pagina che commuove, festeggiata con convinti applausi dal pubblico. Giorgio Caoduro è stato un Conte d’Almaviva assolutamente straordinario per la completezza interpretativa, musicale e scenica. Attorno a lui si è dipanata la vicenda, resa con un carisma magnetico ed una ricchezza vocale preziosa. Il suo è un uomo giovane, forte, per carattere e nel suono. Troppe volte abbiamo ascoltato dei cantanti che giocavano questa parte sull’esperienza, sul fascino di una voce importante che era stata fresca. Qui invece è un trionfo della potenza, della baldanza del canto pieno, ma declinato con maestria, eleganza, nobiltà di maniere, verrebbe da dire per rimanere nel personaggio. Il suo non è un nobile sporcaccione sulla via del declino, ma un aitante uomo che potremmo definire un cacciatore seriale di gonnelle, determinato nello sguardo, sensuale del modo di viaggiare con le mani avide sui corpi delle fanciulle, ma anche palesemente sgarbato ed arrogante. Ed al tempo stesso professionista nel chiedere scusa, o forse realmente convinto di quel che dice, quasi che la caccia forsennata alle gonnelle fosse un modo per placare le insicurezze. Una figura vera, autentica, che ha il coraggio di non nascondersi dietro una maschera. Il vero dongiovanni, con la minuscola, della trilogia mozartiana. Piace trovare un artista che sa porsi all’ascolto della propria voce, assecondarla nella sua evoluzione, che lo porta verso ruoli sempre più da bass-baritone e che riesce a non venire mai a compromessi con la partitura, a non sottrarsi alle difficoltà, a leggere i ruoli che interpreta con una lente di verità e di immedesimazione profonda. Una parte non facile da portare in scena, che richiedeva il supporto prezioso della lettura di un uomo di teatro come Pizzi, che ha attraversato da protagonista l’ultimo mezzo secolo ed il sostegno di un direttore dotto ed illuminato come Calesso.
Rosina è Annalisa Stroppa. Un ruolo che conosce benissimo e che porta in scena in modo assolutamente convincente: ogni movimento, ogni espressione, ogni gesto, anche il più piccolo, ha una ragion d’essere nella partitura e non è mai stereotipato.
Affronta le agilità con sicurezza, dando ad ogni parola il peso che merita.
Lo strumento vocale è sicurissimo, con una bella tavolozza di colori per ciascun passaggio, per ogni nota. ‘Una voce poco fa’ è eseguita con garbo e misura, evitando leziosismi inutili ed esibendo, senza ostentarli, colori contraltili di grande avvenenza, oltre che sicurezza nei fiati e solidità negli acuti. Ogni parola viene scavata nel significato e resa con una dizione inappuntabile ed il personaggio è credibile per tutta la vicenda, senza cedimenti. ‘Contro un cor che accende amore’ entusiasma: il gioco delle sfumature vocali è ampio e raggiunge, secondo noi, l’apice nell’ottava inferiore, che descrive un pirotecnico caleidoscopio di emozioni. Non è da meno il contributo che la Stroppa offre ai brani d’insieme, grazie anche al felice accostamento della sua pasta vocale a quella di Marco Ciaponi che tratteggia per il suo Conte d’Almaviva, un giovane uomo innamorato, magnifico vocalmente e credibile scenicamente. Il ruolo è proibitivo, non a caso scritto per Manuel Garcia, considerato all’epoca il miglior tenore al mondo e Ciaponi era all’esordio in questa parte. Sicuramente alla prima, così lui ha detto, era intimorito dalla prova, ma francamente nelle due recite, la seconda e l’ultima, in cui l’abbiamo ascoltato siamo stati rapiti dalla bellezza dell’interpretazione, dalla misura con cui ha affrontato la partitura, dal lavoro su ogni parola, ogni frase, ogni nota. Abbiamo ascoltato più volte, negli anni, Ciaponi, che per inciso è allievo di Cinzia Forte, una vera garanzia di qualità vocale ed intensità interpretativa, ed è una gioia sentire la sua continua crescita, in un repertorio difficile, reso sempre senza ricorrere a compromessi o sotterfugi. L’impressione è che il percorso che sta facendo abbia arricchito lo strumento, donandogli un suono ancora più accattivante per bellezza ed omogeneità nei passaggi. Gli acuti sono solidi, sicuri ed i fiati oceanici. Evidente l’atteggiamento rispettoso di questo cantante verso la scrittura musicale. Sembra cesellare le note, rapisce con ricami sonori mai esagerati, mai inutili , ma di grande fascino; accarezza le parole, ne esalta il valore. Una meraviglia gustare l’analogia di metodo fra lui e la Stroppa: i loro duetti ammaliano la platea, che li premia con messi di applausi. Notevole la prova su ‘Se il mio nome saper voi bramate’. Un’ apoteosi di applausi, anche dai colleghi in palcoscenico, tanto da spingere al bis, per ‘Cessa di più resistere’ , eseguita in modo ineccepibile, superando con apparente facilità i passaggi pericolosissimi, raggiugendo senza sforzo visibile le note altissime, evidenziando un ventaglio di colori amplissimo, fiati oceanici e acuti solidissimi e lunghissimi. Abbiamo lasciato per ultimi volutamente il coro, l’ orchestra ed i loro direttori, perché sono stati determinanti per l’amplissimo successo del progetto. Il primo, diretto da Paolo Longo, ha ritrovato gli auspicati equilibri e la corretta compattezza ed ha fornito una prova convincente in tutte le sue componenti. Che è notizia entusiasmante e che testimonia un impegno profuso decisamente encomiabile. L’orchestra della Fondazione del Teatro Lirico Giuseppe Verdi offre in entrambi i titoli una prova decisamente convincente, in tutte le sue sezioni ma in particolare archi e fiati. Un suono pieno, sicuro, stacchi precisi, nessun cedimento della tensione, grande pulizia esecutiva. Un grande organico guidato da una bacchetta sapiente: quella Maestro Enrico Calesso, che si conferma direttore di grande spessore, intellettuale raffinato, ma anche grande uomo di teatro. Convincenti i tempi; attenta la lettura; sicuro il supporto ai cantanti; sempre più equilibrato, nel corso delle repliche, il rapporto orchestra/voci nei pezzi d’insieme.
Calesso conferma la sua sensibilità verso Rossini e la straordinaria capacità di lettura delle non semplici partiture mozartiane. Pensiamo, al di là di ogni considerazione, che sia stato lui il vero Figaro della situazione: un ‘deus ex machina’, che sceglie di fare un’apparente passo indietro per dare ai cantanti la visibilità ed il successo che meritano, ma che è l’unico in grado di reggere le fila di una trama musicale così complessa, piena di grandi personalità, permettendo ad ognuno di dare il meglio di sé, senza appannare la visibilità dei colleghi e permettendo che si realizzi un insieme musicale rigoroso e divertente, preciso e rilassato. Un direttore giovane, di grandissima esperienza visto che in questi giorni ha festeggiato il novecentesimo spettacolo, che si candida a raccogliere l’eredità delle grandi bacchette della gloriosa ’vecchia scuola’ italiana, facendo della sostanza uno dei suoi fondamenti, che in un mondo d’apparenze è dote rara e da difendere. Plauso a chi ne ha colto, qualche anno fa, le grandi capacità e ne ha intuito le ancor maggior potenzialità, offrendogli l’incarico di Direttore Musicale del teatro Verdi. Alla fine dei quattro spettacoli non è mai stato rispettato l’orario di conclusione indicato, perché gli applausi, per tutti gli interpreti sempre abbondantissimi e per molti di loro con vette di entusiasmo tangibile, non sono mai stati meno di un quarto d’ora. Un ‘inaugurazione che fa ben sperare per un teatro che ha vissuto una estate sofferta, che né la città né le appassionate maestranze meritavano. Complimenti a tutti !





