Bolzano | Teatro Comunale – Biblioteca UniBz | 5 e 28 agosto 2026, ore 20 e ore 12
Bolzano Festival Bozen – Ferruccio Busoni International Piano Festival
ph Lucia Rose Buffa
Ci sono nomi che, a forza di leggerli sui cartelloni, finiscono quasi per staccarsi dalle persone che li hanno portati. Queen Elisabeth è uno di questi. E no, non si tratta della regina d’Inghilterra, come potrebbe venire spontaneo pensare, ma di Elisabetta del Belgio, moglie di Alberto I e violinista appassionata, in anni nei quali frequentare la musica poteva significare qualcosa di più che sostenerla da lontano. Elisabetta studiava, suonava e soprattutto ebbe accanto Eugène Ysaÿe, amico e maestro, con il quale condivise l’idea di una competizione capace di accompagnare i giovani musicisti all’inizio della carriera. Quando nel 1937 quel progetto divenne realtà, il concorso portava infatti il nome del grande violinista belga. Quello della regina sarebbe arrivato soltanto nel 1951, dopo la guerra.
Anche Van Cliburn è ormai il nome di un concorso. Prima, però, è stato il nome scritto in cima alla classifica di un altro. Mosca, 1958: ha ventitré anni, arriva dal Texas e si presenta alla prima edizione del Concorso Čajkovskij quando Stati Uniti e Unione Sovietica sembrano misurarsi praticamente su tutto. Che proprio un americano possa vincere una competizione sovietica, suonando per di più Čajkovskij e Rachmaninov, assume proporzioni che vanno ben oltre una giuria di musicisti. Cliburn conquista il pubblico e la decisione di assegnargli il primo premio arriva fino a Chruščëv. Quando torna negli Stati Uniti, New York lo accoglie con una ticker-tape parade lungo Broadway. È partito pianista, torna personaggio nazionale. Appena quattro anni dopo, a Fort Worth, nasce una competizione pianistica internazionale che porta il suo nome. Difficile trovare un’immagine più eloquente del potere che un concorso può esercitare su una carriera: vincerne uno e diventare, quasi subito, il nome di un altro.

Due storie lontanissime fra loro. Il meccanismo, però, conserva qualcosa di spietatamente semplice: musicisti preparati per anni allo stesso appuntamento suonano, vengono giudicati, qualcuno viene eliminato e uno vince. Poi comincia la parte più difficile da misurare.
Bolzano convive con questa storia dal 1949, anno di nascita del Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni, e proprio da quella storia prende forma il Ferruccio Busoni International Piano Festival, una delle sezioni del Bolzano Festival Bozen. Negli anni in cui non si disputano le finali, il concorso lascia così spazio al festival e mette accanto ai propri premiati anche vincitori provenienti da altre grandi competizioni internazionali. Nel 2026, tra questi, ci sono due pianisti incoronati nello stesso anno: Aristo Sham, medaglia d’oro al Van Cliburn 2025, e Nikola Meeuwsen, primo premio al Queen Elisabeth 2025.
Il concorso ha già detto chi ha vinto. A Bolzano rimane qualcosa di molto più interessante da ascoltare: che pianisti sono, una volta tolti giuria, turni e classifica?

Sham arriva per primo, il 5 agosto. Il Teatro Comunale viene utilizzato in maniera insolita: il pubblico è tutto sul palcoscenico, raccolto attorno al pianoforte, mentre la platea rimane dall’altra parte, vuota. La Ciaccona in re minore BWV 1004 di Bach, i sei Preludi corali op. 122 di Brahms e le Dieci variazioni su un Preludio di Chopin K 213a arrivano attraverso Busoni; nella seconda parte Brahms torna senza intermediari, con una scelta dai Klavierstücke e la Sonata n. 1 in do maggiore op. 1. Sham sembra trovarsi particolarmente a proprio agio nella costruzione di questi grandi percorsi. Nella seconda parte, interamente brahmsiana, passa dai Capricci agli Intermezzi fino alla giovanile Prima Sonata, mostrando soprattutto una notevole facilità nel cambiare peso, carattere e dimensione del suono.
Sham stesso, parlando a Bolzano della vittoria al Cliburn, ha raccontato il concorso soprattutto attraverso i numeri: quattro ore e mezza di repertorio preparate per diciassette giorni di competizione. Dietro una medaglia c’è anche questo. Non soltanto la serata della finale, ma la necessità di attraversare in pochissimo tempo epoche, forme e linguaggi differenti, conservando qualcosa che permetta di riconoscere chi sta suonando.
Ventitré giorni dopo, Meeuwsen suona in tutt’altro spazio. Dalla scatola teatrale del Comunale si passa alla Library della Libera Università di Bolzano, con il pubblico disposto fra i libri, attorno al grancoda. Nel frattempo, è cambiato anche il programma. Quello annunciato originariamente attraversava Bach, Haydn, Ravel e Beethoven; una successiva versione prevedeva l’Hammerklavier accanto al Carnaval di Schumann. Alla fine, Meeuwsen sceglie Beethoven soltanto.
La decisione acquista un peso particolare proprio per la Sonata n. 29 in si bemolle maggiore op. 106, l’Hammerklavier. Meeuwsen ha ventiquattro anni, ma ciò che colpisce è il modo in cui entra in una partitura di queste proporzioni senza trasformarne la difficoltà in soggetto del concerto. L’energia dei primi due movimenti lascia spazio al lunghissimo Adagio sostenuto, affrontato senza perdere tensione anche quando il tempo sembra dilatarsi; poi la lenta introduzione dell’ultimo movimento e la grande fuga conclusiva. Meeuwsen non cerca di rendere l’Hammerklavier più semplice di ciò che è. La attraversa.
Un primo premio può aprire sale, moltiplicare inviti, concentrare improvvisamente l’attenzione su un nome. Non può però decidere cosa accadrà quando quel pianista si troverà solo davanti alla tastiera. Perché una medaglia può cambiare una biografia in una sera. Per costruire un pianista, fortunatamente, serve molto più tempo.





