Pesaro, Teatro Rossini, giovedì 21 agosto – ore 15.30
XLVI ROSSINI OPERA FESTIVAL
CONCERTO LIRICO-SINFONICO
SERGEY ROMANOVSKY
Direttore: Asier Eguskitza
Orchestra Sinfonica G. Rossini
La voce piena e squillante di Sergey Romanovsky chiude in bellezza il ciclo dei Concerti lirico-sinfonici del ROF 2025.
L’ultimo dei Concerti lirico-sinfonici del Rossini Opera Festival 2025 ha visto sul palco del Teatro Rossini Sergey Romanovsky, artista ben dotato, una voce solida e ben coltivata che conquista ed entusiasma per pienezza e potenza. Acclamato già dopo il suo primo brano, la mozartiana aria di Tito Del più sublime soglio (La clemenza di Tito), con bel timbro baritonale e vigore straordinario si faceva ammirare in O Paradis sorti de l’onde (aira di Vasco da L’Africaine di Giacomo Meyerbeer) e nella cavatina Ah sì, per voi già sento dall’Otello di Rossini. Interprete rossiniano ben conosciuto e apprezzato, a Pesaro Romanovsky ha cantato in Le Siège de Corinthe (Néoclès) e nel concerto Tenors nel 2017, in Ricciardo e Zoraide (Agorante) nel 2018, in Elisabetta regina d’Inghilterra (Leicester) e al Gala Rossini nel 2021. Già in cartellone al Bolshoi, al Marinskij e alla Scala, è oggi uno dei tenori più richiesti, anzi, si può definire un bari-tenore, dato che copre un’estensione dal la bemolle al do diesis. Validamente diretta, l’orchestra si faceva apprezzare nei brani strumentali, aprendo il programma con l’Ouverture Pastorale di Juan Crisóstomo de Arriaga (1806-1826), compositore nativo di Bilbao morto a soli diciannove anni di età, che già a undici componeva e rappresentava opere nelle società filarmoniche, al punto da essere chiamato in seguito “il Mozart spagnolo” e “il Mozart basco”.
L’Ouverture Pastorale si attribuisce alla sua opera Los esclavos felices (andata dispersa) e si è potuta ascoltare in prima esecuzione assoluta in questa occasione, nella revisione di Asier Eguskitza. Nel corso dell’evento, oltre alla Sinfonia dell’Otello di Rossini, la compagine orchestrale proponeva la Polonaise da Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij, la cui esecuzione risultava pienamente convincente, brillante per carattere e sostenuta nella scansione, fruttando il plauso della sala a direttore e strumentisti. Pur esprimendo un’ottima presenza in scena, Romanovsky sul palcoscenico si muove con parsimonia, pare non dare troppa importanza al linguaggio del corpo ma conta soprattutto sul suo notevole strumento vocale, che ha avuto modo di sfoggiare ancora nell’aria di Rodolfo Quando le sere al placido da Luisa Miller di Verdi, nella Canzone dell’ospite indiano (Pesnia indiskogo gostia) da Sadko di Nikolaj Rimskij-Korsakov e nell’aria di Lenskij Kuda, kuda, kuda vi udalilis da Evgenij Onegin. L’ultimo brano in programma, la canzone tradizionale russa Ah ty dushechka sembrava annunciare quelli sarebbero stati i bis, tutti più o meno legati al repertorio popolare: Granada di Agustín Lara, Tu ca nun chiagne di Bovio – De Curtis, seguiti da una vivace tarantella, La danza, dalle rossiniane Soirées Musicales. Gradimento altissimo per solista, orchestra e direttore, acclamati durante il concerto e maggiormente alla conclusione.







