di Franco Ballardini*
Riva del Garda, Chiesa dell’Inviolata, 21.07, ore 11.00
Cello solo
Musiche di Kodàly, Hindemith, Bach, Sollima
Violoncello: Marcello Sette
Barocco era il contesto – la “maravigliosa” chiesa dell’Inviolata a Riva del Garda – e (in senso stretto) un solo autore del vasto programma – Bach – ma l’intero concerto si svolgeva in effetti all’insegna della continua variazione e della scoperta – accanto all’autore citato – di brani spettacolari assai meno conosciuti. La stessa Sonata op. 25 (n. 3) di Hindemith, in fondo, malgrado la notorietà del compositore, è frequentata per lo più dagli interpreti o dai cultori del violoncello solo: anche perché si tratta di un’opera del primo Hindemith (1922), quello più vicino al movimento espressionista, dallo stile ruvido, aggressivo, dissonante. Accanto alla terza Suite di Bach (1717-23, quella in do maggiore) – che la seguiva subito dopo – ne sembra quasi una voluta distorsione novecentesca: anche qui accordi arpeggiati e doppie corde ma il colpo d’arco è violento, l’armonia non è tonale, né ovviamente la melodia irta di salti e alterazioni cromatiche; il clima si fa più tranquillo nel secondo e terzo movimento, ma vi rimane armonicamente teso o straniante, e ritorna percussivo nel martellante moto perpetuo del quarto, riprendendo ciclicamente nel quinto i caratteri del primo.

Pure nel brano bachiano per altro – capolavoro indiscusso della letteratura per solo violoncello, riproposto in decine di interpretazioni illustri – prevalevano le sottolineature e i chiaroscuri sull’omogeneità dinamico-timbrica, le accentuazioni e le attese rispetto alla regolare isocronia dei ritmi di danza, la pronuncia degli abbellimenti piuttosto che l’esposizione del tema – a riprova di una ricerca della varietà e del dettaglio anche nei testi più risaputi e consacrati. Ancora diverso era naturalmente il Preludio (2019) del violoncellista Giovanni Sollima: arabeschi melismatici e ostinati ritmici ribattuti o veloci arpeggi ripetuti sulle quattro corde, a metà strada fra vocalità mediterranea, virtuosismo strumentale e reiterazioni minimaliste, in graduale dissolvenza o bruscamente interrotte.

Infine l’ampia Sonata op. 8 (1915) di Zoltán Kodály, al cui nome il pensiero corre alla musica popolare ungherese: in realtà solo nel terzo (ultimo) movimento vi si nota qualche richiamo più palese a melodie o danze popolari, e pure in quel caso in maniera discontinua ed eterogenea, con estese digressioni in altre direzioni. L’opera – rinomata fra i violoncellisti in quanto pezzo di straordinaria difficoltà esecutiva – appare essenzialmente come l’esplorazione di ogni risorsa dello strumento nella forma aperta di un’improvvisazione estemporanea e rapsodica, con frequenti cambi di tempo e di ritmo, imprevedibili movimenti melodici e solo occasionali (quasi inaspettate) riprese o ripetizioni, alternando una sorta di “canto in ritmo libero” a passi più travolgenti e concitati, ricorrendo a tutte le tecniche note o inedite del violoncello (inclusa la “scordatura” delle due corde gravi e il pizzicato delle corde vuote con la mano sinistra a commento della linea principale) e impiegandone l’intera estensione, mettendone in risalto le qualità liriche e polifoniche, il lungo vibrato e l’agilità, i diversi colori – il mugghiare profondo della quarta corda, il tono baritonale della terza, quello morbidamente vellutato della seconda, il suono quasi soffiato con l’archetto leggero, i flautati degli armonici sfiorati, la policromia stridula dell’arco al ponticello… Marcello Sette, benché assai giovane (è nato nel 2000), è ormai avezzo a successi di pubblico e di critica. Ma quel che colpisce in lui, nonostante la fama che lo precede e appunto in relazione all’età, è la maturità interpretativa, che ha evidentemente appreso da ottimi maestri e sviluppato in proprio: non solo risulta a suo agio, con grande naturalezza, in un repertorio tecnicamente impegnativo, ma dimostra soprattutto un elevato grado di consapevolezza nella scelta del gesto e nella sua realizzazione, il che non è davvero poco per un solista all’inizio del suo percorso artistico.
* Franco Ballardini
Dopo aver studiato violoncello in Conservatorio prima a Riva del Garda poi a Parma, si è laureato a Bologna in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Dal 1986 insegna Storia ed estetica della musica presso il Conservatorio Bonporti di Trento, dove ha fatto parte del Consiglio accademico (2006-2008 e 2015-2020) ed è stato coordinatore della sede di Riva del Garda (dall’anno accademico 2003/2004 al 2012/2013) svolgendo inoltre altri incarichi (membro del Consiglio di amministrazione, referente per il Liceo musicale di Riva del Garda, rappresentante del Conservatorio al Tavolo provinciale sulla formazione musicale). Ha collaborato con l’Università di Bologna, l’Università di Trento, la sede RAI di Trento, il quotidiano “Alto Adige”, il festival internazionale “Musica Riva”, gli “Amici della musica” di Riva del Garda e numerose altre associazioni culturali. Autore della monografia Swedenborg e il falegname. Poetica, teoria e filosofia della musica in Arnold Schönberg (1988, 1992), ha curato vari libri e pubblicato saggi e articoli in volumi collettanei e su riviste, dedicati in particolare a questioni di estetica e di semiologia della musica, a compositori vissuti fra Ottocento e Novecento, a Francesco Antonio Bonporti.






