di Annely Zeni

Arena di Verona, 4 settembre  ore 20.45
AIDA, Opera in quattro atti su libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi
Regia, scene, costumi, luci, coreografia Stefano Poda
Assistente a regia, scene, costumi, luci, coreografia Paolo Giani Cei
Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici
Fondazione Arena di Verona
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Coordinatore del Ballo Gaetano Petrosino
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Interpreti
Direttore Daniel Oren
Aida Maria José Siri
Amneris Alisa Kolosova
Radamès Yusif Eyvazov
Il Re Giorgi Manoshvili
Ramfis Simon Lim
Amonasro Youngjun Park
Un messaggero Riccardo Rados
Sacerdotessa Francesca Maionchi

Aida 04-09-25_Ennevi Foto

La regia lirica si è da tempo imposta, anche in Italia, come un fattore ineludibile – ma altamente problematico – del teatro d’opera. A fronte di un’offerta costruita su un repertorio sempre più ristretto di titoli del passato, il regista si fa carico di adattare un prodotto culturale spesso vecchio di secoli a codici visivi comprensibili al pubblico contemporaneo, mediandone temi, linguaggio e contenuti.” Lunga la strada percorsa dal tempo primo, quando l’Orfeo dei Peri o dei Caccini veniva semplicemente realizzato nella sala grande della corte rinascimentale, con l’obiettivo di “muovere a compassione” un aristocratico pubblico di principi, duchi conti e baroni.  Tempo primo in cui il prologo allegorico (siamo con il libretto di Striggio per l’Orfeo monteverdiano) affermava orgoglioso “io la musica son ch’ai dolci accenti son far tranquillo ogni turbato core e or d’ira or d’amore posso infiammar le più gelate menti”  creando il presupposto, il manifesto estetico del melodramma.  In quel tempo primo l’occhio era già soddisfatto in bellezza dai contorni e dintorni affrescati delle straordinarie architetture cortesi. Assai presto tuttavia giunse l’edificio teatrale, ossia, ridotto ai minimi termini del palcoscenico, una scatola vuota da riempire:  commuovere attraverso la musica ma pure meravigliare con effetti speciali divennero elementi intrinseci al melodramma, in un processo di duplice stimolazione sensoriale, occhio ed orecchio complici nell’indurre processi di immedesimazione emotiva. Non v’era alcun bisogno tuttavia di mediare temi, linguaggi e contenuti, chiari e comprensibili ad un nuovo pubblico meno selezionato, chè, pagando un biglietto, chiunque, purchè dotato economicamente, poteva accedere allo spettacolo. Oggi che l’Orfeo non è più di Monteverdi ma di Wilson, la Traviata non è di Verdi ma di Zeffirelli, (la faccenda prese avvio negli anni Settanta con la Tetralogia di Cherau, ma non era di Wagner?), la domanda diventa: il ruolo abnormemente preponderante del regista è proprio quello di “adattare un prodotto culturale vecchio di secoli (ammesso e non concesso che sia necessario, ndr) a codici visivi comprensibili al pubblico contemporaneo”?

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Aida 04-09-25 EnneviFoto

Guardando all’allestimento di Aida affidato al regista trentino Stefano Poda (che firma tutto, pure scene luci costumi, della serie “il teatro sono io”) lanciato in Arena nel 2023  e giunto a chiudere il rispettivo trienno lo scorso 4 settembre, verrebbe da dire il contrario. Osannata da alcuni, aspramente criticata da altri, un fatto è certo: questa regia è faticosa, chiarisce poco, complica molto. Nella folla di gente sempre presente in palcoscenico, quando si individua finalmente dove si trova questo o quel cantante, l’aria, il duetto, il terzetto sono già finiti, quando si cerca di raccogliere qualche suggestione dalla buca arrivan prima stropiccii di piedi, tintinnar di sonagli, rumorii molesti. Quanto ai codici visivi chi più ne ha più ne metta: il ritmo è concitato, meraviglia su meraviglia, usando tutti gli strattagemmi possibili, dal simbolismo  raffinato (tema conduttore la mano allegorica del potere) alla più smaccata mimesi dei film di fantascienza (tra luci laser, palloni volanti, spade di fuoco) o del musical (se non ci sbagliamo c’era pure un Radames-Gesù dedotto da Jesus Christ Superstar).

Persone in scena teatro con costumi e illuminazione drammatica, rappresentazione artistica intensa e coinvolgente, foto di teatro contemporaneo.
Aida 04-09-25 EnneviFoto

Lo spettacolo è stupefacente, ricchissimo di idee, ma non è emozionante: non c’è modo di immedesimarsi nelle vicende dei personaggi, di essere coinvolti nella passione (amorosa, politica, guerresca) che regna nell’Aida di Verdi.  E’ diventata l’Aida di Poda, appunto. Meravigliosa ma fredda: tripudio di colore, senza calore.
Venendo alla musica, il cast di quest’ultima recita nel complesso agiva in modo più che convincente, sia pur con qualche segno di stanchezza (forse a causa dell’ambaradan sul palcoscenico?): nella voce della protagonista Maria Josè Siri, splendida negli acuti a mezza voce, ma non altrettanto efficace nelle parti drammatiche o nella bacchetta di Daniel Oren, direttore aidiano-areniano per antonomasia, stavolta forse un poco sbrigativo, soprattutto nelle grandiose scene corali, sostenute dal complesso sempre eccellente dell’Arena anche se non favorito da posizioni talvolta molto lontane dall’orchestra. Orchestra al solito affidabile e pronta sia nelle roboanti sonorità quanto nelle pieghe più intime di una partitura movimentata da continui elementi contrastanti. Quasi meglio di Aida spiccava Amneris, intepretata da Alisa Kolosova, cui si perdonava volentieri qualche problemino di pronuncia in virtù di una voce piena, ricca di armonici, duttile nel tratteggiare la psicologia tormentata del suo personaggio. Il Radamès di Yusif Eyvazov si confermava all’altezza della temibile parte affidatagli da Verdi, eroico negli acuti ma capace anche di una mezza voce sul celebre finale in piano della “Celeste Aida”, sistematicamente disatteso dalla maggior parte dei tenori. L’Amonasro di Youngin Park aveva tutta la statura necessaria per realizzare il nobile fraseggiare del re e l’autorità tutt’altro che affettuosa del padre; il Ramfis di Simon Lim esprimeva una vocalità ruvida e aggressiva, puntuale  “ministro di morte”. Di lusso le parti dei comprimari: il messaggero di Riccardo Rados, voce tenorile di tutto rispetto e la Gran Sacerdotessa Francesca Maionchi, nonché il Re di Giorgi Manoshvili: la sua sortita nella scena del trionfo davvero degna di un faraone.

 

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