Capodanno a Vienna: Nézet-Séguin entra nella tradizione con freschezza
Vienna | Musikverein – Goldener Saal | Concerti di Capodanno 2025-2026
Wiener Philharmoniker
Yannick Nézet-Séguin direttore
(via streaming)
J. Strauß II., Ouvertüre da Indigo und die vierzig Räuber
C. M. Ziehrer, Donausagen, Walzer op. 446
J. Lanner, Malapou-Galoppe op. 148
E. Strauß, Brausteufelchen, Polka schnell op. 154
J. Strauß II., Fledermaus-Quadrille op. 363
J. Strauß I., Der Karneval in Paris, Galopp op. 100
F. von Suppè, Ouvertüre da Die schöne Galathée
J. Weinlich, Sirenen Lieder, Polka mazur op. 13 (arr. W. Dörner)
J. Strauß, Frauenwürde, Walzer op. 277
J. Strauß II., Diplomaten-Polka, Polka française op. 448
F. Price, Rainbow Waltz (arr. W. Dörner)
H. C. Lumbye, Københavns Jernbane-Damp-Galop
J. Strauß II., Rosen aus dem Süden, Walzer op. 388
J. Strauß II., Egyptischer Marsch op. 335
J. Strauß, Olive Branch Waltz op. 207
Il Concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker è, per definizione, un rito: un equilibrio delicatissimo fra tradizione, stile e memoria collettiva. Un equilibrio che non tollera improvvisazioni concettuali né personalismi fuori misura, perché qui la storia pesa quanto il presente. L’edizione 2026 segna il debutto di Yannick Nézet-Séguin sul podio del Musikverein per questo appuntamento planetario, e lo fa scegliendo con intelligenza una via tutt’altro che scontata: quella dell’ascolto, prima ancora dell’affermazione.
Fin dall’ouverture di Indigo und die vierzig Räuber, Nézet-Séguin chiarisce la sua posizione. Nessuna corsa all’effetto, nessuna voglia di “dire qualcosa di nuovo” a tutti i costi. Il gesto è fluido, elastico, calibrato; la pulsazione resta viva ma mai rigida. È una direzione che lavora sul respiro della frase, sulla naturalezza del rubato, su quella flessibilità interna che è l’essenza stessa di questo repertorio. Non c’è compiacimento, ma una consapevolezza lucida di ciò che questa musica chiede: eleganza, sì, ma anche disciplina.

I Wiener Philharmoniker rispondono con quella qualità che li rende un unicum: non solo bellezza timbrica, ma memoria incarnata. Qui la tradizione non è un fardello, bensì una seconda natura. Ogni accento sembra sapere da dove viene, ogni sospensione ha un senso storico prima ancora che espressivo. È un’orchestra che non “interpreta” lo stile viennese: lo parla come una lingua madre, con naturalezza assoluta.
Il programma, costruito con equilibrio, alterna pagine celeberrime e riscoperte intelligenti, evitando l’effetto museo. Valzer come Donausagen o Frauenwürde trovano una dimensione lirica composta, mai indulgente; le polke e i galop – da Lanner a Lumbye – scattano con precisione, ma senza quella frenesia che spesso scambia la brillantezza per velocità. Tutto è tenuto insieme da una tensione interna controllata, da una chiarezza di articolazione che rende ogni dettaglio leggibile.
In Rosen aus dem Süden, uno dei vertici della mattinata, emerge con particolare evidenza il lavoro sul fraseggio: il canto si apre ampio, sostenuto da archi che respirano insieme, mentre i fiati disegnano un contrappunto morbido, mai invadente. Qui Nézet-Séguin dimostra di sapere quando farsi quasi invisibile, lasciando che l’orchestra cammini da sola, senza perdere coesione. Particolarmente riuscita l’inclusione del Rainbow Waltz di Florence Price, inserito con naturalezza e intelligenza. Non un corpo estraneo, non un gesto simbolico isolato, ma una pagina che dialoga davvero con il contesto, rivelando quanto il linguaggio del valzer possa essere più ampio e permeabile di quanto si creda. Anche qui, la scelta interpretativa è di misura: niente sottolineature, ma rispetto della scrittura e fiducia nel suono.

Ciò che colpisce, lungo tutto il concerto, è la qualità del dialogo fra podio e orchestra. Nézet-Séguin non cerca di imprimere una firma riconoscibile a tutti i costi; piuttosto, si inserisce in una tradizione complessa con intelligenza, gioia, freschezza e umiltà, trovando un equilibrio fra autorità e ascolto. È una direzione che convince proprio perché non chiede di essere ammirata, ma compresa.
In un evento seguito da decine di milioni di spettatori, dove il rischio dell’automatismo è sempre in agguato, questo Concerto di Capodanno riesce a evitare la routine. Non rivoluziona, non stravolge, ma rinnova con felicità dall’interno. E ricorda, con discrezione, che la vera forza della tradizione non sta nel ripetersi, bensì nel sapersi riconoscere ogni volta, con sincerità. E quando la sala si è alzata in piedi – partecipe, accesa, visibilmente conquistata – Yannick Nézet-Séguin, dopo poche parole di augurio e pace pronunciate con naturalezza, lascia il podio per scendere in platea, guidando da lì il battito di mani della tradizionale Radetzky-Marsch: un gesto che ha ricomposto orchestra e pubblico in un unico respiro, restituendo al Concerto di Capodanno il suo senso più vero di festa condivisa e consapevole.






