di Francesca Bernardi
La Bella Figura come enigma contemporaneo. Riflessioni sulla pittura
italiana d’oggi
10/10/2025 – 30/11/2025
In un tempo in cui la produzione artistica sembra oscillare tra iperconcettualismi esausti e pulsioni neo-tecnologiche, la scelta del Complesso Monumentale della Pilotta di Parma di dedicare una grande mostra alla pittura figurativa italiana contemporanea è molto più che un gesto curatoriale: è una dichiarazione. Bella Figura. Pittura italiana d’oggi, a cura di Camillo Langone, mette in scena un ritorno consapevole alla figura, non come nostalgia, ma come tentativo di misurarsi nuovamente con l’umano. Tema antico, instabile ma inesauribile. La “bella figura” è, nel linguaggio comune italiano, un misto di estetica e morale: apparenza, sì, ma anche comportamento, misura e decoro. Langone rilegge questa locuzione in chiave pittorica: la ricerca di un’immagine che non si esaurisce nel formalismo ma che sia sintesi di armonia, disciplina e tensione intellettuale. Una categoria fluida, capace di comprendere tanto il naturalismo devoto quanto l’espressionismo controllato, l’iconismo pop quanto il ritorno al sacro. La mostra si articola in due grandi direttrici Moderno ed Eterno che, senza pretendere di essere categorie critiche esaustive, fungono da vettori di lettura. Nel primo gruppo convivono visioni del presente che aspirano a diventare reperto per un futuro museo della contemporaneità: ritratti intergenerazionali, scene urbane, iconografie di un quotidiano sospeso. Nel secondo, invece, si incontra la persistenza di un immaginario archetipico: santi, eroi, figure mitiche che l’arte italiana continua a interrogare, forse perché, come sosteneva Aby Warburg, ogni cultura porta con sé i propri fantasmi. Ciò che colpisce, nel percorso, è la coesistenza di due impulsi opposti: da un lato la volontà di radicare la figura nel presente e dall’altro la tentazione di trascenderlo. È un pendolo che attraversa la storia dell’arte italiana almeno dal Quattrocento: tra la precisione del reale e l’anelito al simbolo, tra Masaccio e Piero, tra Caravaggio e Guido Reni.
Molti degli artisti invitati rappresentano posizioni assai distanti tra loro ma unite da un recupero del mestiere. È forse questa la componente meno dichiarata e più significativa della mostra: una rivendicazione del sapere tecnico, del tempo lento dell’esecuzione e della superficie che resiste alla volatilità digitale.

Enrico Robusti, con la sua deformazione barocca della quotidianità urbana, continua la sua investigazione pittorica sulle nevrosi del vivere contemporaneo: volti tesi, colori squillanti, prospettive sbilenche che restituiscono la fragilità strutturale della realtà. Ester Grossi, al contrario, propone una figurazione rarefatta e geometrica, un equilibrio compositivo che si colloca tra pittura, grafica e design, capace di trasformare i segni del quotidiano in icone astratte.
Nello stesso percorso si colloca Daniele Galliano, che da decenni si confronta con il linguaggio della fotografia e dell’istantanea come matrice della pittura: la sua figura non è mai statica, ma è l’esito di un montaggio mentale, di una sovrapposizione di memorie visive. La sezione Eterno raccoglie invece gli artisti che lavorano con un immaginario archetipico o simbolico. Omar Galliani, con i suoi grandi disegni a grafite, porta in mostra figure sospese in un tempo indefinibile, immerse in un chiaroscuro che affonda nella tradizione emiliana e insieme la scardina.

Rocco Normanno, con la sua capacità narrativa di matrice caravaggesca, costruisce scene che oscillano tra sacro e profano, tra teatralità e meditazione. Rodolofo Papa, uno dei pochi artisti italiani che lavora in modo sistematico entro la tradizione iconografica cristiana, offre una figurazione che non vuole essere postmoderna ma post-storica, reinserita consapevolmente in un continuum. Nello spazio dedicato al ritratto, la presenza di Fulvia Mendini introduce una tonalità diversa: le sue figure, stilizzate e decorate, dialogano con l’estetica del padre, Alessandro Mendini, ma filtrandola attraverso una sensibilità intima, quasi meditativa, che restituisce una nuova dimensione affettiva della rappresentazione.

Ancora più diretto e “classico” il percorso del giovane Lorenzo Tonda, capace di una figurazione solida, di taglio quasi verista, in cui lo sguardo del soggetto diventa un campo di forze psicologiche. La sezione dedicata all’arte sacra si articola su posizioni molto distanti: Giovanni Gasparro, noto per il suo neobarocco teologico e per una resa pittorica quasi esausta nella sua ricchezza, contrasta con la limpidezza mistica di Mauro Reggio, che recupera il tema religioso con una sintesi formale essenziale, talvolta quasi ascetica. E poi c’è Nicola Verlato, la cui presenza dà alla mostra una tensione internazionale: la sua figurazione, nutrita di prospettiva rinascimentale e cultura pop, ricorda che la pittura italiana non è un recinto, ma un laboratorio globale, aperto all’anacronismo e allo spettacolo.
In un’epoca in cui l’immagine si consuma istantaneamente la pittura figurativa appare come un atto quasi politico: restituire densità allo sguardo. Le sezioni dedicate al ritratto e all’arte sacra, lungi dal costituire un’appendice tematica, funzionano come una lente d’ingrandimento sui due territori in cui oggi la pittura figurativa trova nuovi margini di espressività: l’identità e la trascendenza. Nel primo caso, la rappresentazione del volto diventa terreno di conflitto tra il sé e la sua teatralizzazione contemporanea; nel secondo, il sacro è interrogato come spazio di verticalità in un mondo che ne ha disperse le coordinate.
La Pilotta con la sua stratificazione storico-architettonica amplifica il carattere “anomalo” della mostra: il dialogo con il passato non è un artificio, ma una condizione naturale. Qui, tra le memorie del Farnese e della Galleria Nazionale, la pittura italiana di oggi appare meno come avanguardia e più come continuità, come un fiume che ha cambiato molte volte corso ma mai sorgente. Sarebbe ingenuo interpretare Bella Figura come il manifesto di una rinascita della figurazione o come l’ennesima contrapposizione tra figurativo e non-figurativo. Il suo valore sta altrove: nell’aver restituito centralità a un dibattito che la critica italiana ha spesso trascurato e nell’aver mostrato come la pittura lungi dall’essere un linguaggio marginale continui a porre domande essenziali sull’umano. Perché ciò che chiamiamo “bella figura” è, da sempre, un enigma: un equilibrio instabile tra ciò che vediamo e ciò che desideriamo vedere.






