Trieste, Teatro Verdi, 30 gennaio 2026, ore 20.00
Stagione lirica 2025-26
Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny
(Ascesa e caduta della città di Mahagonny)
di Kurt Weill
Opera in tre atti, libretto di Bertold Brecht
Ed. Musicali: Universal
Maestro Concertatore e Direttore BEATRICE VENEZI
Regia HENNING BROCKHAUS
Scene MARGHERITA PALLI
Costumi GIANCARLO COLIS
Luci PASQUALE MARI
video MARIO SPINACI
Coreografia VALENTINA ESCOBAR
Allestimento in coproduzione tra Fondazione Teatro Regio di Parma e Fondazione i Teatri di Reggio Emilia
Personaggi e interpreti
Leokadja Begbick ALISA KOLOSOVA
Fatty, der “Prokurist” IVAN TURŠIĆ
Dreieinigkeitsmoses ZOLTAN NAGY
Jenny Hill MARIA BELEN RIVAROLA
Jim Mahoney SANTIAGO MARTÍNEZ
Jack O’Brien / Tobby Higgins NICOLA PAMIO
Bill, detto Sparbüchsenbill MARCELLO ROSIELLO
Joe, detto Alaskawolfjoe NIALL ANDERSON
Il narratore GIACOMO SEGULIA
Ragazze di Mahagonny TATIANA PREVIATI, ATEFEH KADKHODAZADEH, VERONIKA FOIA, FEDERICA GIANSANTI, ELENA SERRA, STEFANIA SECULIN
Maestro del Coro PAOLO LONGO
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
foto©F.Parenzan
Efficace allestimento con la regia di Henning Brockhaus e la direzione di Beatrice Venezi per uno spettacolo consolidato in coproduzione tra Fondazione Teatro Regio di Parma e Fondazione i Teatri di Reggio Emilia, circuitato a Bari e approdato in questa stagione a Trieste. Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny rappresenta il secondo capolavoro del sodalizio che legò l’autore teatrale Brecht al musicista Weill alla fine degli anni venti (dopo Dreigroschenoper, 1928). La sua prima rappresentazione avvenne all’Opera di Lipsia nel marzo 1930; l’opera fu poi ripresa a Berlino nel dicembre dell’anno successivo. Tre latitanti fondano nel deserto la città utopica di Mahagonny, dove vige l’assoluta libertà (“tutto è permesso”). L’intera vicenda si svolge in un’ambientazione allucinata al di fuori di qualsiasi contesto chiaramente identificabile, come a voler rappresentare la solitudine esteriore ed interiore dei personaggi. Lo stesso Brecht ammonisce chiaramente in partitura: “Jede Annäherung an Wildwest- und Cowboy- Romantik und jede Betonung eines typisch amerikanischen Milieus zu vermeiden. (Qualsiasi riferimento al Far West, ai cow-boy e ad altri miti romantici americani è da considerarsi apocrifo)”“Mahagonny,  scrive Brockhaus nelle note di regia,  è una metropoli del piacere e del divertimento, un paradiso del whisky, del mangiare senza limiti, dei bordelli lussuriosi. È un luogo dove i soldi possono tutto, ma alla fine non servono a niente: non si compra la felicità. Il protagonista Jim Mahoney con impeto da rivoluzionario del capitale impone la legge del “tu puoi fare tutto”. (…) Jim diventa alla fine la vittima delle sue intenzioni: indebitandosi per aiutare un compagno chiede un prestito che gli viene negato, così viene condannato a morte perché non ha più soldi. Non avere soldi è rigorosamente vietato a Mahagonny. Alla fine la città precipita in rovina, fra le proteste dei cittadini che condannano le atrocità del capitalismo e si ribellano con violenza”.

Non mancano tuttavia riferimenti ed ammiccamenti sottili: la stessa parola Mahagony significa un colore marroncino, come il Mogano (legno), molto simile a quello delle camicie naziste (che Brecht conobbe a Monaco di Baviera alcuni anni prima). La parola Netzestadt, pronunciata nel prologo da Begbick  significa qualcosa come città-rete per pesci incauti. Teatro epico, di un’epica moderna provocatoria costruita su situazioni obbiettivamente assurde, metafore di quella contemporaneità del secolo scorso tra le due guerre che costringe a riflettere, a confrontarsi e a scegliere. I tempi della creazione sono quelli della Repubblica di Weimar, inflazione galoppante, putsch di Hitler, crollo di Wall Street; è il periodo dei disegni grotteschi di George Grosz sull’allora borghesia tedesca, Alban Berg mette in scena il Wozzek, esce il film Metropolis di Fritz Lang, del 1929 è Il disagio della civiltà di Freud. Giusto per capire cosa si muoveva nell’ambito culturale e sociale della Germania di quegli anni che si conclusero con l’ avvento di Hitler e di come tutta questa arte divenne arte “degenerata”. Storia di una città trappola, che si sviluppa nel descrivere in tre ore di musica un’improbabile vicenda che lega tre fuorilegge fuggiaschi che fondano una nuova città dell’oro in una sorta di corrotto eden selvaggio da cabaret, attorno a valori squallidi dove tutto ciò che è vietato diventa permesso, e solo se si ha denaro puoi viverci. Come al cospetto di un ideale specchio del tempo, l’opera restituisce l’immagine plastica della decadenza di una società dai valori corrotti, quasi in attesa di una fine imminente e inevitabile una città costruita a due livelli: sotto cloache, sopra fumo, l’umanità informe che compare come cori e comparse.
Il tutto costruito come un ‘opera lirica a quadri con la musica di Kurt Weil che interpreta il testo di Bertold Brecht, fatta da improvvisi salti di ritmo e di melodie, ora orecchiabili ora dissonanti, tra jazz e ballate da cabaret (moritat), pezzi parlati e narrati alla maniera del Singspiel da cui partono improvvise ampie scene liriche e arie teatralmente efficaci, duetti e scene corali, dal più tradizionale melodramma.
La regia di Henning Brockhaus, tra l’altro regista formato nella Berlino della DDR dove Brecht era  “vangelo”, restituisce questo mondo ai margini, creando una sorta di ambiente di rivista impossibile con l’immancabile passerella. La scena di Margherita Palli, è impostata su due livelli, che restituisco l’idea di un ambiente bivalente, di un sopra e un sotto e di un dentro e un fuori, ricreata dalle luci di Pasquale Mari. Un’ambientazione che colloca il dramma dentro la cronologia dell’opera, segnato dai costumi di Giancarlo Colis in una geografia di terra di mezzo non ben identificabile, forse negli Usa con le citazioni di alcune località disperse in una America delle praterie (forse piccole Las Vegas infieri?). Efficaci gli inserimenti video che amplifica la narrazione della vicenda sottolineando alcuni momenti salienti di una città in crescita vorticosa, passaggi veloci della storia reale parallela come la caduta di Wall Street. Di effetto la grande mappa geografica che segna l’avanzata dell’uragano che segnerà le vicende di Mahagony. Del resto la struttura a numeri rende facile l’inserimento di didascalie sia visive annunciate in italiano col megafono in mano, di antica fattura, gli accadimenti dei vari “numeri”, utile al pubblico non meno dei soprattitoli qui a Trieste affidate all’attore Giacomo Segulia.
Le coreografie di Valentina Escobar rinforzano questo mondo di varia umanità fatto di prostitute e squinternati, passando da balletti stile cabaret anno’20, alla line dance country, a figurazioni di lap dance nei momenti in cui la musica li richiamava.
Dal punto di vista musicale la scrittura richiede voci ben strutturate come per la protagonista femminile, il personaggio “capo mala” di Leokadja Begbick nella voce dell’esperto mezzosoprano Alisa Kolosova, specialista nel ruolo, con la sua voce ampia e aspra nel sostenere il personaggio chiave della vicenda. Accanto, la finta ingenua Jenny con il soprano Maria Belen Rivarola anche lei  dalle precedenti produzioni. Spetta a questo personaggio l’aria guida dell’opera Oh moon of Alabama” (Alabama Song) che compare come un leimotive  squarcio lirico che rievoca altre melodie dello stesso Weil. Autentico protagonista il tenore Santiago Martinez (Jim), personaggio che con voce ben calibrata e fresca delinea l’evoluzione di questo personaggio simbolo di ascesa e caduta di Mahagony , il perdente di questa città fantasma. Weil gli ha affidato il momento certamente più melodrammatico (musicalmente parlando) nella grande scena dell’uragano costruita come un grande fugato, tra duetti strutturati del secondo e terzo atto.
Funzionali e pienamente inseriti nei rispettivi ruoli i personaggi di contorno Fatty di Ivan Turšič, Dreieinigkeitsmoses di Zoltan Nagy, il doppio Jack O’Brien / Tobby Higgins di Nicola Pamio , Bill, detto Sparbüchsenbill Marcello Rosiello , Joe, detto Alaskawolfjoe, con Niall Anderson fino alle “ragazze di Mahagonny” che rendono diligente servizio alla musica e alla messinscena. Certamente motivo di attrazione e di curiosità era la direzione di Beatrice Venezi, che ha diretto l’opera per la prima volta con una lettura efficace gestendo con ritmo asciutto ed essenziale dinamismo le variegate transizioni stilistiche e ritmiche che Weill inserisce nella sua partitura, passando dalle marcette, al fugato al jazz, alla grande scena che descrive l’uragano e arrivando al perentorio finale, il tutto con solida chiarezza. Merito della solida preparazione dell’orchestra del Teatro Verdi e  del coro affidato a Paolo Longo creando una buona sintonia tra palco e l’orchestra. Alla fine bel successo per tutti gli artisti impegnati da parte di un pubblico che, in occasione della “prima”, ha riempito il teatro certamente tra curiosità di cronaca e novità di proposta.

 

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