Chi scrive ha seguito il Verbier Festival dal 26 al 31 luglio. Per chi si fosse perso la prima parte di questo diario musicale – dedicata agli appuntamenti del
26 e 27 luglio – è possibile ritrovarla QUI [https://www.artesnews.it/tipologie/recensioni/verbier-appunti-musicali-tra-le-nuvole-alpine-1-26-e-27-luglio-2025],
per la giornata del 28 luglio – QUI [https://www.artesnews.it/tipologie/recensioni/verbier-ch-appunti-musicali-tra-le-nuvole-alpine-2-28-luglio-2025/],
per la giornata del 29 luglio – QUI [https://www.artesnews.it/tipologie/recensioni/verbier-ch-appunti-musicali-tra-le-nuvole-alpine-3-29-luglio-2025/,
per la giornata del 30 luglio – QUI [https://www.artesnews.it/tipologie/recensioni/verbier-ch-appunti-musicali-tra-le-nuvole-alpine-4-30-luglio-2025/]
L’ultima giornata di questo diario è un concentrato di intensità e visioni: il violino di Boris Brovtsyn si unisce al pianoforte di Julien Quentin per un programma di rara eleganza; nel pomeriggio, un’occasione davvero privilegiata: assistere alla prova di Teodor Currentzis con l’orchestra da camera del Festival, insieme a Marc Bouchkov; infine, in serata, un doppio appuntamento: la Verbier Festival Orchestra diretta da Currentzis, con Alexandre Kantorow al pianoforte, e – a chiudere il cerchio – un recital notturno sospeso tra sogno e provocazione, con l’arpa di Alexander Boldachev.
Un concerto che ha il respiro della narrazione e la trasparenza del canto: Boris Brovtsyn è violinista solido, sensibile, capace di dare profondità a ogni linea, senza mai sacrificare l’unità del discorso. Julien Quentin è partner ideale: si conferma interprete generoso e lucidissimo, e merita un plauso speciale per la resistenza ad un livello altissimo non solo oggi, ma lungo tutto il Festival. La Sonata in Re maggiore Op. 6 di Korngold scorre come un romanzo di formazione: la scrittura è densa, ma mai pesante, con armonie ricche e riflessi cinematografici. Dopo la pausa, si entra nel mondo di Bloch: nella Sonata n. 1 per violino e pianoforte e in Baal Shem il suono si fa mistico, a tratti viscerale. Qui Brovtsyn scava in profondità e trova una voce intensa, mentre Quentin guida il flusso con precisione e ardore.

È difficile raccontare a parole l’energia di una prova come quella cui si è potuto assistere nel pomeriggio. Teodor Currentzis, con la Verbier Festival Chamber Orchestra, affronta la Sinfonia n. 4 di Mendelssohn e accompagna Marc Bouchkov nel Concerto per violino e orchestra di Brahms. Si entra in punta di piedi, si esce con l’impressione di aver assistito a un rito. Currentzis lavora per suggestioni, immagini, accelerazioni e rovesciamenti di prospettiva; l’orchestra lo segue con partecipazione millimetrica, mentre Bouchkov scolpisce frasi con intensità quasi drammatica. In questo spazio sospeso tra la costruzione e la visione, si percepisce tutta la qualità del progetto artistico del Festival: libertà creativa e precisione assoluta non sono in conflitto, ma si sostengono a vicenda.
In serata, sul podio della Verbier Festival Orchestra, Teodor Currentzis si conferma direttore magnetico e radicale. Nella Rapsodia su un tema di Paganini di Rachmaninov, il pianoforte di Alexandre Kantorow brilla per inventiva e padronanza. La sua è un’intelligenza musicale che non si ostenta mai, ma si irradia in ogni dettaglio. Il tema di Paganini è pretesto, occasione, spinta verso un virtuosismo che diventa architettura emotiva, gioco e profondità insieme. Dopo l’intervallo, la Sinfonia n. 5 di Šostakovič è affrontata con la forza di un gesto teatrale. Currentzis scava nell’ironia, nel dolore trattenuto, nell’ambiguità di un finale che inquieta più di quanto rassicuri. L’orchestra suona compatta, generosa, con una tensione che non cala mai. È un’esecuzione che lascia il segno, per la sua chiarezza e la sua fiamma interiore.
Chiude la giornata Alexander Boldachev con un recital che è allo stesso tempo esperimento, confessione e spettacolo. Radio Harp FM è un flusso continuo tra epoche e generi: da Bach a Debussy, da Queen a Super Mario, passando per Pärt, Rachmaninov, i Red Hot Chili Peppers, la poesia russa e l’eco di un’umanità che cerca pace. La sua arpa diventa teatro, manifesto, sogno. Boldachev suona e canta, recita e reinventa, intrecciando mondi e linguaggi senza mai perdere il rigore musicale. È un atto d’amore per lo strumento e per l’ascolto, capace di chiudere la giornata – e questa cronaca – con una vibrazione luminosa, fuori dagli schemi ma piena di senso. Il Verbier Festival è molto più di un cartellone: è un ecosistema musicale che accoglie, nutre e fa crescere. Il livello degli interpreti è altissimo, ma altrettanto lo è la qualità dell’organizzazione e della produzione. Dall’équipe artistica al personale tecnico fino ai volontari, tutto funziona con un’eleganza invisibile e necessaria.
All’uscita della Salle des Combins, lo sguardo incrocia una frase che vibra quasi quanto la musica appena ascoltata: Verbier, the place for hope. Non un semplice motto, una promessa mantenuta! Si lascia Verbier con gratitudine, con ispirazione, e con la certezza che in questi giorni – tra le montagne e la musica – si è toccato qualcosa che resterà.







